L’Alta Corte del Kenya ha sospeso temporaneamente l’accordo sanitario da 1,6 miliardi di dollari firmato con gli Stati Uniti a Washington a inizio dicembre. Lo riportano i media keniani, secondo cui il tribunale ha bloccato la parte dell’intesa riguardante il trasferimento di dati medici e personali, in attesa di un’ulteriore revisione legale.
“Con la presente si emette un ordine per sospendere, cessare e desistere dalle azioni degli imputati nell’attuazione o nell’applicazione dell’accordo quadro di cooperazione sanitaria stipulato tra il governo del Kenya e il governo degli Stati Uniti”, scrive la Corte nella sentenza emessa ieri.
La Federazione dei consumatori del Kenya (Cofek) aveva presentato un ricorso sostenendo che “l’accordo violava la Costituzione e la legge sulla salute e minacciava la riservatezza dei dati medici dei keniani”, una denuncia avanzata prima ancora che l’intesa fosse firmata, dall’attivista Nelson Amenya, che citava documenti preparatori. Secondo Amenya, l’accordo sanitario sarebbe durato 25 anni (cosa poi smentita) e avrebbe garantito agli Stati Uniti l’accesso ai dati contenuti nelle cartelle cliniche dei keniani, previsione effettivamente inclusa nell’accordo. L’intesa, inoltre, concederebbe agli USA il diritto di condurre controlli casuali sul 5% delle strutture sanitarie del Kenya, a propria discrezione.
Insomma, ogni cartella clinica, ogni test Hiv, ogni diagnosi di tubercolosi o caso di malaria sarebbe accessibile ai funzionari statunitensi, senza alcuna anonimizzazione, alcun consenso da parte del paziente e senza restrizioni sui dati disponibili. Secondo i querelanti, “una volta che i dati sanitari ed epidemiologici del Kenya vengono trasferiti all’estero, il danno diventa irreversibile e permanente” e in questo modo “si espongono i cittadini a violazioni della privacy a lungo termine e al potenziale uso improprio delle loro informazioni. La natura irreversibile di questo danno sottolinea l’urgenza della questione”.
Il presidente keniano William Ruto, da parte sua, ha assicurato ai cittadini che, prima di firmare l’accordo con gli Stati Uniti, il procuratore generale del Kenya, Dorcas Oduor, ha risolto tutte le questioni legali relative alla protezione dei dati e garantito che il documento non contenesse scappatoie. Un accordo simile, per importi e dinamiche, è stato firmato ieri dall’Uganda.



