La lunga storia del Golfo di Guinea

di Diego Fiore
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Dopo chilometri di strade contorte, di paesi minuscoli ai margini dell’asfalto e di dossi esasperanti, dal porticciolo di Elmina arriva alle narici l’inconfondibile odore del mare.  Il forte St. George spezza quella linea azzurra increspata dal vento e sorge a ridosso della scogliera, in posizione elevata rispetto alle case dei pescatori, a ricordarci una delle pagine più tristi della storia dell’umanità. Fu eretto dai portoghesi nel 1482, prima come insediamento commerciale (per merci e oro), poi come una delle tappe più importanti nella tratta atlantica degli schiavi. Ora è un luogo storico, riconosciuto dall’Unesco come Patrimonio Mondiale dell’Umanità, ed il museo al suo interno ne testimonia oggi il passato, ma soprattutto urla la barbarie dell’uomo. Portoghesi, danesi, olandesi, inglesi: da qui passarono molti europei, attirati dalle miniere d’oro poste in quella che fu chiamata la Gold Coast, poi successivamente impegnati in un commercio ancora più fruttuoso, quello degli schiavi richiesti soprattutto per le grandi piantagioni.

Un castello africano

Verniciato con la calce bianca, il Saint George Castle fa da contraltare al colore nero, anzi nerissimo, della sua stessa storia e pare sorvegliare l’oceano, maestoso con le sue alte mura. E bianchi, per secoli, ne sono stati i padroni: prima i portoghesi che lo costruirono, poi gli olandesi che lo ingrandirono fino a dargli le forme attuali, quindi gli inglesi di Sua Maestà britannica fino all’indipendenza del Ghana avvenuta il 6 marzo 1957. In esso vennero ammassati, prima di essere imbarcati, migliaia di schiavi provenienti da terre lontane.  Al suo interno, bui magazzini sotterranei ospitavano uomini e donne (mentre un cortiletto quadrato lasciava un po’ di respiro),  più in alto un ballatoio dove il capitano poteva sorvegliare l’area e prendere decisioni. I comandanti o comunque i dominatori dell’epoca, dagli alloggiamenti con pareti dalla carta fiorata di cui rimangono tracce ancora oggi, sceglievano le donne per i propri piaceri. Non una fessura, là sotto, ma stanze lugubri invase dalla muffa, aria stagnante, ora come allora, benché gli ambienti siano vuoti. Scarso cibo, poca acqua a disposizione. Gli schiavi venivano selezionati, stoccati, marchiati e battezzati per essere successivamente spinti fino alle piroghe, pronte a fare la spola verso i vascelli ancorati al largo.  Poi il viaggio nel ventre delle navi, al buio e senza aria.

La geografia dello schiavismo

Lungo la costa del Ghana, del Togo e del Benin esistono ancora decine di fortezze “europee” e poco più in là altrettanti imbarcaderi, oggi piccoli porti, posizionati una decina di chilometri l’uno dall’altro. Queste fortezze continuano ad avere una possente tetraggine, incutono quasi terrore. A volte fanno triste perfino il mare. Molte sono in rovina. Altre sono state riutilizzate per farne prigioni o trasformate per altri scopi, ma Elmina e Cape Coast sono oggi musei, testimonianze del dolore e dell’orrore. Per chi arriva da queste parti, interessante è scoprire il percorso costiero attraversando i tre Paesi sopra citati per rendersi conto di come lo schiavismo, oltre ad essere triste protagonista della storia più buia, ne abbia sconvolto anche la geografia: ha disegnato città, spostato popoli, svuotato terre. La città di Cotonou in Benin, ad esempio, è nata come porto alternativo a Ouidah, sempre in Benin, per fronteggiare eventuali disaccordi con gli inglesi sui commerci schiavistici. Proprio a Ouidah è possibile percorrere un breve itinerario che rievoca la strada battuta dagli schiavi per raggiungere la spiaggia prima di imbarcarsi: solo quattro chilometri di sterrato, ma quanta storia racchiudono quei passi!  Qui, come in altre luoghi, si trova la Porta del Non Ritorno, un arco monumentale che evoca la tragedia degli schiavi. Poco più in là c’è la Porta del Ritorno: permette, secondo alcune credenze, alle anime degli schiavi di fare ritorno nel proprio paese. Testimonianze storiche e superstizioni: la porta è sempre aperta per coloro che ormai da generazioni vivono altrove e che qui hanno lontane radici.

Le voci del porto

Arrivati a Elmina, intorno al castello c’è un paesino coloniale dal porto vivace e dai colori strillanti: è una baraonda di facce, di etnie, di meticci figli dei figli dei discendenti di quei capitani e negrieri dei secoli precedenti, uomini e donne dalla pelle molto scura, stesse razze di un tempo, stesse facce arse dal sole e dalla fatica, qui come a Cape Coast o altrove. A Elmina si resta stupiti dalla frenesia portuense: dalle voci dei pescatori, dalle barche lunghe, verniciate, sospinte da remi o da motori borbottanti che si muovono freneticamente, dalle persone che attendono il pesce o intente a ricucire le reti, protagoniste oggi di un presente che sa tanto di passato. Si resta meravigliati dalla babilonia attorno, ma se si guarda un poco più in alto, dove svetta la fortezza col suo fardello, ecco svanire il sorriso.

 

La luce e il buio

È altrettanto bello giungere sul promontorio di Cape Coast dove sorge una splendida fortezza (Cape Coast Castle) dotata di un grande cortile centrale e degli alloggi dei negrieri, le cui lugubri stanze invase dall’umidità contenevano gli schiavi: oggi questo posto è un grande museo permanente che raccoglie immagini e reperti davvero impressionanti. Lungo i bastioni i cannoni posti in fila fanno bella mostra di sé. Se ci si dimentica di sfogliare per qualche momento le loro pagine di storia, questi luoghi allora appaiono incantevoli, a volte selvaggi o di una bellezza travolgente. Colori forti come quello del mare e della luce accecante fanno apparire all’esterno tutto magnifico, ma dentro le mura è il buio quasi totale che domina e l’animo non può che rimanere scosso al pensiero che da qui sono passati dai 12 ai 20 milioni di schiavi. Le prigioni sotterranee di queste fortezze sono rimaste così, com’erano secoli fa, quando ad abitarle erano africani di cui non conosciamo il nome e la storia personale:  sebbene vuote, pare ancora di udire in esse le urla, i lamenti, i pianti di allora.

I molti complici dell’orrore

Davanti a un cancello troviamo una scritta: door of no return. I nostri pensieri si assottigliano. Il castello fu ampiamente restaurato dal Governo del Ghana nel 1990, ristrutturazione ancora in corso, e così oggi possiamo appieno godere di questo pezzo di storia. La guida racconta con dovizia e calore i particolari delle crudeltà e delle pratiche a cui erano sottoposti uomini e donne in attesa della partenza, costretti a vivere in sotterranei nei quali affogavano tra vomito e diarrea, con mani e piedi in catene. E mentre in basso si agonizzava e si moriva nel putridume e nel buio quasi assoluto, nella chiesa affacciata sul cortile si pregava. Presente ma impotente, anzi a volte “legata” a traffici illeciti, la Chiesa restava a guardare indifferente l’orrore. Oggi, a queste latitudini, vivono genti orgogliose e capaci. La guida parla con intensità: “Abbiamo sopportato e superato tutto questo!”, quasi a volere incarnare la storia di ogni singolo schiavo del quale ogni giorno racconta il destino ai turisti che passano da qui. “Come è possibile che gli uomini abbiano fatto tutto questo?” Domanda rivolta non solo ai dominatori bianchi ma anche agli africani complici spesso di questi traffici umani: la tratta organizzata dagli europei in maniera sistematica e su larga scala non sarebbe stata possibile senza l’aiuto dei capi locali, che in cambio di armi e alcool permettevano il passaggio degli stranieri sul loro territorio agevolando la cattura degli schiavi.

Gli schiavi di oggi

La storia comunque non è così chiara e rimangono questioni su cui è necessario riflettere ed anzi agire poiché alcune forme di schiavitù persistono con drammatica evidenza con forme moderne e tradizionali. Risulta, ad esempio, che in Ghana molti uomini, donne e bambini lavorano e muoiono come cercatori nelle miniere d’oro illegali. A volte i bambini vengono venduti da genitori privi di mezzi di sussistenza ai pescatori/padroni del lago Volta per pochi soldi, rimanendo per il resto della loro vita legati a reti e barcacce. In altri casi giovanissime ragazze vergini vengono affidate al fetish priest del villaggio per riscattare i crimini, anche se di lieve entità, compiuti dai maschi della famiglia: sono le spose schiave del dio Tro. E così laggiù, nel Golfo della Guinea, dove i venti della libertà non soffiano ancora leggeri, il cuore rimane sui bianchi bastioni, nera nello sguardo la seducente bellezza dei luoghi.

(testo di Doriana Rambelli – foto di Franco Ferretti)

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