Allarme clima, in pericolo la fauna selvatica

di claudia

Il peso dei cambiamenti climatici influisce pesantemente sulla vita delle persone, ma anche degli animali selvatici che in Africa a causa della mancanza di acqua rischiano la vita o sono costretti a cambiare le proprie abitudini, diventando talvolta più aggressivi. La siccità comporta inoltre un maggiore rischio del diffondersi di malattie. Ma che cosa possiamo fare per contrastare questo progressivo inaridimento?

di Gianni Bauce

Dicembre: guardo fuori dalla finestra ed il sole splende in un cielo terso dove soltanto pochi bianchissimi cumuli macchiano l’uniformità di azzurro appannato dalla calura ed il vento soffia come se fosse Agosto. Ha piovuto un paio di settimane fa, qui ad Harare, in Zimbabwe, ma da allora non una goccia d’acqua è scesa a ristorare la terra.

I cambiamenti del clima che il pianeta sta vivendo negli ultimi decenni, sono sempre più evidenti e influiscono pesantemente sulla vita di fauna e comunità umane. Incontrollabili fenomeni solari hanno innescato un progressivo riscaldamento del pianeta, ma il dissennato utilizzo delle risorse naturali da parte dell’uomo ha innegabilmente peggiorato la situazione, provocando un eccesso di emissioni d’anidride carbonica nell’atmosfera.

L’anidride carbonica, gas prodotto dai processi di respirazione animale e dalla combustione, crea nell’atmosfera una cappa che intrappola gas e di conseguenza il calore riflesso e prodotto sul pianeta. La sua funzione è stata vitale duranti i primordi della vita sul pianeta, perché proprio questa cappa ha permesso la formazione dell’atmosfera e la diffusione della vita sulla terraferma. Oggi, purtroppo, questo gas gioca un ruolo diverso anche a causa dell’eccesso antropico, e l’effetto più evidente è il riscaldamento del pianeta con le conseguenti crescenti siccità. Queste ultime colpiscono sempre più duramente e di frequente la parte meridionale del continente Africano, riducendo le piogge e con esse molti habitat.

Siccità, erosione, inaridimento e conseguente perdita di risorse alimentari mettono a rischio nicchie nelle quali vivono importanti specie animali e vegetali, le quali si trovano ora a fronteggiare seri rischi di estinzione, ma anche le specie più versatili si trovano in difficoltà.

L’elefante africano è forse uno degli animali del continente più dipendenti dall’acqua: esso necessita di una quantità media giornaliera pari a circa 200 litri, e questo soltanto per dissetarsi, senza menzionare I “bagni” e le “docce” che l’animale effettua regolarmente per raffreddare la temperatura corporea e per proteggersi dai parassiti.

Durante l’ultima grande siccità del 2019, l’inaridimento delle fonti d’acqua in Botswana ha portato ad un’intensa migrazione degli elefanti verso lo Zimbabwe, dove l’acqua era ancora disponibile, determinando un aumento della pressione ecologica di questa specie sull’ecosistema, ed un incremento del conflitto con le comunità umane. Non soltanto la scarsità d’acqua può deteriorare la salute di questo animale, ma può modificarne il carattere: lunghe e sfiancanti marce senza bere per raggiungere le poche pozze rimaste, lunghi periodo trascorsi all’ombra e perciò sottratti al foraggiamento, perdita di compagni per effetto della sete o di cause correlate, possono rendere questi pachidermi più aggressivi ed aumentare pertanto il rischio di conflitto con l’uomo.

L’ippopotamo è un mammifero che dipende totalmente dall’acqua: la sua pelle porosa si disidrata rapidamente e l’animale è costretto a spendere la maggior parte del giorno immerso in acqua. Laddove le pozze stagionali si prosciugano, questi straordinari mammiferi sono costretti ad emigrare verso altri bacini d’acqua e se non ne trovano, soccombono.

Anche i rinoceronti, in particolare il rinoceronte bianco, dipendono dall’acqua e hanno necessità di dissetarsi regolarmente. I felini sono in misura diversa legati al prezioso liquido. I leoni, per esempio, necessitano regolarmente di acqua per dissetarsi, anche se in alcune aree di particolare aridità(come il Kalahari) possono trascorrere molti giorni senza bere, traendo i liquidi necessari dai fluidi delle loro prede. Ma la scarsità d’acqua può affliggere severamente il loro ciclo riproduttivo e per un felino già duramente provato dalla riduzione dell’habitat e dalla persecuzione da parte di allevatori e cacciatori, questo può compromettere la sua sopravvivenza locale.

I ghepardi possiedono una forte resistenza alla siccità e necessitano meno d’acqua rispetto ai cugini leoni. Tuttavia, l’inaridimento del territorio costringe gli agricoltori ad utilizzare sempre maggiori porzioni di terreno, sottraendolo a questa specie dalla elevata mobilità, che viene a trovarsi sempre più confinata in aree ristrette, a discapito dello scambio genetico e della conseguente salute della specie.

Molto più tolleranti sono i leopardi, capaci di adattarsi alle più estreme condizioni di vita (il leopardo è presente dal deserto del Kalahari alle montagne dell’Himalaya); tuttavia, l’espansione agricola dovuta all’inaridimento del suolo, porta a sempre più frequenti e drammatici conflitti tra uomini e leopardi.

L’acqua non disseta soltanto la fauna, ma è indispensabile per la crescita della vegetazione, ed una delle più drammatiche conseguenze dell’inaridimento del clima è proprio la penuria di cibo per molti erbivori. Nel 2019, nella valle dello Zambesi, le condizioni di elefanti, bufali, gnu e zebre erano visibilmente gravi. Molti animali erano emaciati e visibilmente denutriti, nonostante il fiume fosse a portata di mano. Non fu infatti la sete a provare duramente la fauna, quanto la carestia. L’erba non cresceva e le specie più vulnerabili si ritrovarono a patire la fame. Gli gnu, per esempio, così come gli altri ruminanti, necessitano di foraggio dall’alto valore nutritivo e accedono con difficoltà all’erba troppo corta. Le zebre, invece, pur necessitando di una maggiore quantità di cibo (circa il doppio di uno gnu) sopravvivono con foraggio di bassa qualità (come quello disponibile durante la stagione secca) e riescono ad accedere all’erba bassa grazie alle loro labbra mobili ed agli incisivi sulla mascella superiore.

siccità in zimbabwe

Alla scarsità di risorse alimentari, la siccità aggiunge il rischio di diffusione di malattie, come l’intossicamento da antrace. Proprio nel 2020, in botswana si verificò una insolita e preoccupante moria di elefanti nei pressi delle pozze d’acqua residue. La misteriosa “epidemia” si diffuse poi parzialmente in Zimbabwe, dove venne studiata. La spiegazione più attendibile fu quella che attribuì la moria ad un batterio comunemente diffuso nell’acqua delle pozze e non pericoloso se opportunamente diluito. Con l’inaridimento delle pozze, la concentrazione del batterio si elevò a tal punto da risultare fatale per alcuni individui. Con l’arrivo delle piogge, infatti, il fenomeno scomparve naturalmente.

Tra la popolazione di impala, la graziosa antilope delle boscaglie dell’Africa australe, nei periodi di aridità, si diffonde una micosi dagli effetti fatali denominata “manje”, visibile dall’ingrigimento del mantello. Questa patologia è in genere provocata dalla scarsa qualità del cibo durante i periodi di siccità (non dalla mancanza di acqua per dissetarsi, come dimostra la presenza del manje anche nella valle dello Zambesi) e scompare all’arrivo delle piogge.

Ma che cosa possiamo fare per contrastare questo progressivo inaridimento?

Senza dubbio, la ricostruzione dei corridoi migratori per gli animali è una soluzione di grande impatto positivo: le aree di conservazione transfrontaliere, come la Great Limpopo TFCA o la TFCA di KAZA garantiscono la mobilità delle specie che necessitano di vasti spazi, assicurando l’accesso a sempre nuove risorse.

Le foreste, che in Africa ricoprono quasi un terzo del continente, sono il principale meccanismo di trasformazione dell’anidride carbonica in ossigeno e proprio la loro drammatica riduzione per lo sfruttamento del legname o lo sviluppo di infrastrutture, è una delle principali cause del riscaldamento del clima per effetto antropico.

Gli alberi, inoltre, prevengono l’erosione, creano ombra e contengono l’evaporazione dell’acqua, molte specie rilasciano fertilizzanti naturali (nitriti e nitrati in seguito alla fissazione dell’azoto) e salvaguardarli è una priorità assoluta. La diffusione di progetti di Carbon Credit, che “acquistano” l’ossigeno prodotto dagli alberi, favorendo la diffusione delle foreste come nuova fonte di reddito per le comunità locali, è un altro strumento chiave per contrastare i cambiamenti climatici, così come lo sono il coinvolgimento delle comunità rurali nello sviluppo di coltivazioni sostenibili e ad elevato rendimento, l’utilizzo sostenibile dell’acqua ed in generale di tutte le risorse naturali.

Ma come in tutti i frutti, la possibilità che si insinui un verme è sempre in agguato e durante la recente pandemia, molti dei progetti per contrastare il cambiamento climatico sono stati messi a dura prova. In particolare, il bando del turismo (voce fondamentale per l’economia di molti stati africani soprattutto in Africa australe) ha costretto alcuni Governi a cedere alle pressioni di multinazionali e cedere vaste aree di conservazione, consentendo lo sfruttamento minerario o trivellazioni petrolifere.

Chissà se questa ostinazione nel bandire il turismo dall’Africa australe non possieda anche un diabolico secondo fine: costringere i paesi africani a cedere e consentire così alle imprese senza scrupoli di penetrare il virtuosismo africano nella conservazione dell’ambiente e della fauna.

Un’ipotesi fantasiosa? Può essere, ma a pensar male non si sbaglia mai.

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