Il Malawi verso un voto combattuto

di Marco Simoncelli

Martedì quasi 7 milioni di elettori malawiani saranno chiamati alle urne per le elezioni generali in cui sceglieranno il nuovo capo dello Stato, i 193 membri del Parlamento e i consiglieri dei governi locali, a un quarto di secolo dal primo voto libero e democratico nel Paese avvenuto nel 1994 dopo trent’anni di regime di Hastings Kamuzu Banda.

Il 78enne presidente in carica Peter Mutharika, appoggiato dal suo Democratic Progressive Party (DPP), cercherà di aggiudicarsi un secondo e ultimo mandato, ma sarà sfidato da diversi candidati tra cui il suo ex-vice presidente e braccio destro, Saulos Chilima, che ha lasciato la compagine al potere lo scorso anno formando il suo Transformation Movement (UTM).
Oltre al 46enne ex-dirigente nel settore delle telecomunicazioni Chilima, che ha scommesso la sua carriera politica sul risultato di questo voto, ci sono altri sei sfidanti di Mutharika, tra cui l’ex-pastore Lazarus Chakwera del Malawi Congress Party (MCP), il più importante partito d’opposizione dal 2013.

Secondo alcuni sondaggi ufficiali potrebbe trattarsi delle elezioni più contese di sempre e il nuovo capo dello Stato potrebbe essere eletto con meno del 30% dei consensi (la Costituzione malawiana non richiede la maggioranza assoluta per l’elezione presidenziale). Il presidente Mutharika dovrebbe imporsi con il 27% delle preferenze, mentre Chakwera e Chilima avrebbero rispettivamente il 25% e il 16% dei voti. Tuttavia, quasi il 22% degli intervistati era indeciso o ha rifiutato di rispondere.

Questo voto sarà il primo a svolgersi secondo la nuova regolamentazione stabilita dal Political Parties Act del 2018, che ha reso più stringente il finanziamento dei partiti e vietato pratiche come quella di dare mance agli elettori durante le campagne elettorali.

La campagna elettorale ha vissuto momenti di scontro acceso, ma è stata tutto sommato tranquilla e pacifica, come lo è del resto l’indole del popolo malawiano. Nel dibattito politico e nei comizi ha tenuto banco il malgoverno e soprattutto la corruzione di cui sono accusate da sempre le istituzioni e, negli ultimi anni, Mutharika e i suoi. Gli scandali in questo senso sono stati numerosi negli ultimi anni: dal Cashgate del 2013 che coinvolse l’ex-presidentessa malawiana Joyce Banda fino a uno dei più recenti, che ha riguardato lo stesso Mutharika con una mazzetta da 203mila USD che il capo dello Stato e il suo partito avrebbero incassato firmando un contratto da quasi 4 milioni di USD per le forniture alimentari della polizia.

Nonostante ciò Mutharika, che secondo gli esperti ha contribuito a un periodo di relativa stabilità economica, avrà probabilmente il sostegno delle zone rurali, dove gli interventi del suo governo con sussidi agricoli ed elettrificazione gli hanno fatto guadagnare consensi.

Sarà comunque dura, perché dall’altro lato c’è il fatto che più della metà degli elettori che martedì andranno a votare sono giovani, ai quali ha puntato Chilima con una campagna indirizzata alla lotta alla disoccupazione. E poi non va sottovalutato Chakwera che ha aumentato il consenso nelle aree popolose del Sud del Paese ed è riuscito a stringere un’alleanza con l’ex-presidentessa Banda e il suo People’s Party.

Secondo diversi analisti, nel Paese dell’Africa australe che si affaccia sul Lago Niassa è difficile che avvenga a breve un reale cambiamento politico, perché i cittadini hanno ancora la tendenza a votare secondo le linee di appartenenza etnica.  Anche se le istituzioni negli ultimi anni sono state spesso indebolite da casi di corruzione e sottrazione di denaro pubblico che hanno creato scontento, i malawiani sono distratti da altre priorità come la scarsità di cibo, i prezzi dei beni sempre in aumento, la disoccupazione, la mancanza di medicine e l’inadeguatezza del sistema dell’istruzione.

Va infatti ricordato che il Malawi è una delle nazioni più povere al mondo, con un’economia debole basata sull’agricoltura e dipendente dagli aiuti internazionali. Oltre metà dei 18 milioni di malawiani vive sotto la soglia di povertà (il Pil pro capite annuo è di 1200 dollari) e l’insicurezza alimentare resta estremamente alta. Quest’anno l’impatto del passaggio del ciclone Idai a metà marzo è stato devastante per le regioni meridionali del Paese (ha provocato più di 60 morti) e, con i raccolti a rischio, l’approvvigionamento dei beni di prima necessità è divenuto ancora più problematico.

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