Il lato africano della Grande Guerra

di Stefania Ragusa

Sono passati cento anni dalla fine della Grande Guerra. Nelle scuola di mia figlia se ne sta parlando tanto. La maestra ha distribuito una mappa concettuale che riassume da punti di vista diversi il senso dell’11 novembre in Francia.
Siamo sull’autobus, la famigerata 90/91 e Mariam mi spiega la mappa seguendo le frecce. A un certo punto si interrompe:
«Ma gli italiani combattevano con i francesi?».
«Sì», rispondo. «E c’erano pure russi, inglesi, americani e anche moltissimi africani».
«Questo non ce l’hanno detto».
«Non lo dicono mai», interviene il signore seduto al mio fianco, che dall’inizio sta seguendo la conversazione. E’ un uomo di mezza età (ossia la mia), africano ma non saprei dire con quali origini. «Non lo dicono mai», ripete. «Però noi lo sappiamo e anche tu devi saperlo».
«Che cosa?».
«Che tanti africani sono stati mandati a fare la guerra in Europa».
«Ma come è stato possibile?».
«Perché la guerra non finiva più, erano già morti troppi soldati e per andare avanti ce ne volevano ancora. Allora la Francia andò a prenderli nelle sue colonie, in Africa».
«E gli africani morivano?».
«Sì, esattamente come gli altri».
Il signore deve scendere. Saluta me con cortesia e dà la mano a Mariam. Pochi secondi e lei torna sull’argomento:
«Ma anche papà è stato portato via dall’Africa per fare la guerra qui?».
«No, non era nato quando c’è stata la guerra».
«E il papà di papà?».
«Neanche lui».
«Ma il papà del papà del papà era nato…».
«Sì, ma non credo che lo abbiano arruolato. In ogni caso, ti prometto che cercherò di informarmi: sul bisnonno e sul lato africano della Grande Guerra. Così magari poi ne parli con la maestra».

Tirailleurs senegalesi in Alsazia

Mariam ha 7 anni. Suo padre è senegalese e noi viviamo a Milano. Appena arrivata a casa, comincio a informarmi. Pochi passaggi su Google e trovo questo libro, uscito in agosto e in lizza, risulta, per un paio di premi letterari. Frère d’âme (Fratello d’anima), scritto da David Diop, racconta la storia di Alfa Ndiaye, un fuciliere senegalese, che combatteva sotto la bandiera francese insieme con il suo amico più caro, Mademba Diop. Mademba viene colpito a morte sotto gli occhi di Alfa, che si ritrova così solo e perduto nella follia del massacro e a sua volta perde la ragione. Sullo sfondo rimane la vicenda dei soldati africani, chiamati a combattere per una guerra che proprio non li riguardava. “Chiamati” è un eufemismo, perché se inizialmente l’arruolamento avveniva su base volontaria, a partire dal 1915 per fornire i ranghi della Force noire, come teorizzato dal generale Charles Mangin, tutti i mezzi divennero buoni: anche la costrizione, anche la caccia all’uomo.
I britannici e i tedeschi si comportarono nello stesso identico modo. Le campagne del Togoland e del Camerun possono essere citate come esempi di battaglie tra africani combattute per conto dei governi europei. La delocalizzazione bellica è incominciata ben prima di quella delle fabbriche.

Gli africani coinvolti coinvolti nella Grande Guerra sono stati più o meno due milioni. Sommando quelli portati in Europa a quelli impiegati nei teatri di guerra del continente, si arriva a questo numero, decisamente significativo. Tra loro, come ho potuto appurare, il bisnonno di Mariam non c’era. C’erano però molti altri nonni e bisnonni di cui nella Fortezza Europa si continua a non avere memoria. Di loro non c’è traccia nelle mappe concettuali, nelle cerimonie di commemorazione e ancor di più nelle indiscriminate politiche di respingimento del presente. Con disinvoltura si vorrebbero ributtare a mare i figli e i nipoti di gente che, per conto dell’Europa, ha perso le gambe, il senno (vedi Alfa Ndiaye) o anche la vita.

Un momento della performance di William Kentridge

A scalfire la rimozione del lato africano della Grande Guerra in alcuni casi sta intervenendo l’arte. La rimozione del lato africano della Grande Guerra, per esempio e infatti, è il soggetto della performance The Head and the Load (la testa e il peso) che l’artista sudafricano William Kentridge ha presentato alla Tate Modern di Londra lo scorso luglio. Kentridge è un grande nome dell’arte contemporanea e un narratore puntuale degli apartheid. E’ bianco, è africano, è la prova provata del fatto che la linea che separa i mondi è meno cromatica di quel che vorrebbero farci credere. Il titolo dell’opera è preso a prestito da un proverbio del Ghana:  “la testa e il peso sono i problemi del collo”. Il peso nel senso di carico fisico, trasportato per tutta l’Africa, e in quello molto più pesante del colonialismo e delle sue drammatiche conseguenze. «In un mondo in cui la buona logica ha fallito, devi trovare un’illogicità», dice Kentridge, «usare l’assurdo non come scherzo, ma come modo di mostrare che la logica è andata in fumo».
Dal 4 al 15 dicembre la performance sarà al Park Avenue Armory di New York.
Chi scrive non riuscirà ad andarci, e a maggior ragione si fa la domanda che segue: ci sarà un momento in cui questo pezzo di storia rimossa, sotto forma di performance o di altro, arriverà sui palcoscenici italiani e soprattutto nelle nostre scuole? Non si tratta solo di erudizione, ma di mettere le cose al loro posto per avviare finalmente una nuova narrazione.

Stefania Ragusa

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