di Federico Monica
Tra luci tremolanti e chiacchiere animate, i bar popolari africani sono microcosmi di vita urbana, cultura e comunità. Qui si incontrano storie e persone, tra profumi semplici e voci autentiche, in uno scenario più vero e rivelatore di tanti studi accademici
La mia più grande scuola è stata il bar. Sembra la classica frase da film americano, eppure ripensando alle esperienze africane che ho collezionato devo ammettere che le verande di tanti bar sono state un osservatorio straordinario sulle dinamiche urbane e le società locali, spesso ben più utili e illuminanti di articoli scientifici o convegni accademici. Non parlo di quei locali da expat con luci soffuse, liste di cocktail internazionali e personale eccessivamente servizievole: detesto quell’atmosfera rarefatta che mi rende quanto mai impacciato e cerco di tenermene il più possibile alla larga. Adoro invece vagare alla ricerca di flebili lampade colorate o tremolanti luci al neon che rischiarano appena un angolo di strada davanti a casupole verniciate a tinte sgargianti, insegne improbabili e cataste di sedie e tavolini di plastica disposti casualmente. Si chiamano Chop bar, Shebeen, Tej bet, Tabernas, Joint o Maquis e, pur con nomi e lingue diverse, l’atmosfera autentica e popolare è simile ovunque. Città grandi e piccole pullulano di questi locali, alcuni storici e sempre pieni, altri improvvisati, sorti a un incrocio o persi in mezzo al nulla, fatti di lamiera arrugginita, cassette per sedersi e un generatore stanco che borbotta per alimentare un frigo stracolmo di bottiglie poco più fresche dell’aria torrida circostante. I personaggi che affollano questi microcosmi, poi, sono uno spaccato meraviglioso della società: il poliziotto già alticcio che finito il turno punta a far serata, la prostituta addormentata sul tavolo, l’arricchito del quartiere appoggiato alla sua macchina lustra parcheggiata in bella vista, il camionista che arriva da chissà dove, bambini che giocano nascondendosi fra le casse dei vuoti e gatti che cercano di riempirsi lo stomaco rubacchiando bocconi.
Al posto del bancone spesso c’è una stanzetta in cemento protetta da inferriate, con sbarre strette abbastanza da impedire a ladruncoli di introdurre un braccio arraffando qualcosa e sufficientemente larghe per far passare bottiglie, lattine, bicchieri o pacchetti di sigarette. Molti di questi bar hanno un cortile con una pentola sempre sul fuoco e una stanza sul retro dove si mangia a tutte le ore. Il cibo è semplice, “alla buona”: riso e pollo, polenta di manioca e spezzatino di manzo, misteriose zuppe dense o bruciacchiati spiedini nodosi.

Non amo quelle stanze buie, dalle pareti annerite e ingombre di mosche, eppure spesso non è consentito mangiare all’aperto. Quando lo chiedo, ricevo sempre un rifiuto gentile ma fermo, o, se mi lasciano fare, occhiate divertite e risate nel retrobottega. La veranda però è un posto d’onore irrinunciabile per assistere in tranquillità a tutto ciò che si svolge lungo la strada, un palcoscenico in cui si intrecciano storie e avvenimenti sempre diversi. Da qui osservo e prendo appunti sui flussi di gente, di mezzi e di merci, sull’uso degli spazi pubblici e delle infrastrutture, cercando di decifrare gli equilibri che governano queste città incomprensibili.
Allo stesso tempo anch’io, osservatore, divento osservato: guardato con stupore, come fossi fuori luogo, salutato con rispetto oppure deriso e punzecchiato in un equo e divertente gioco delle parti. Spesso intorno a quei tavoli le distanze si accorciano e le barriere culturali o linguistiche cadono. Come in quel pub di Freetown dove, al momento dell’annuncio della vittoria di Barack Obama alle primarie, perfetti sconosciuti si abbracciarono in un attimo di commozione condivisa. O quella volta in un baretto ghanese dove, alla disfatta della nazionale italiana, tutti volevano offrirmi da bere “per consolazione”. Così ho capito che, tra un viaggio e l’altro, i luoghi che più mi mancano sono quei bar di periferia dove una fioca lampadina non basta mai a rischiarare il buio, la musica è sempre troppo alta, la birra sempre troppo calda, ma il tempo sembra alleggerirsi e, finalmente, ci si sente parte di un’unica grande comunità.
Questo articolo è uscito sul nuovo numero di gennaio-febbraio della rivista Africa. Clicca qui per acquistarne una copia.



