«Covid-19, partiamo dalla (in)formazione»

di Enrico Casale
covid19

Formare e informare sono i primi due presidi che vanno messi in campo contro il coronavirus in Africa. Ma poi è necessario rendere gratuiti gli accessi ospedalieri e cercare di sopperire alla mancanza di capillarità delle strutture ospedaliere. Ciò consentirebbe la possibilità di garantire l’accesso alle cure anche agli abitanti dei villaggi molto lontani da un ospedale.

Daniela De Serio, cardiologo di Emergency, la Ong fondata da Gino Strada, traccia così la strada che dovrebbe essere percorsa dalle autorità sanitarie africane per contrastare il terribile virus che sta mietendo vittime in Asia e in Europa e si sta affacciando in Africa (dove ormai sono una trentina i Paesi che stanno facendo i conti col Covid-19).

«Nella realtà africana -spiega la dottoressa De Serio -, per quanto ci siano delle differenze tra i diversi Stati, tendenzialmente non esiste un sistema sanitario nazionale così come lo conosciamo in Italia. Non esiste un sistema sanitario a cui tutti i cittadini possono accedere: i servizi gratuiti garantiti sono minimi, se non del tutto assenti. Allo stesso modo, non esistono figure come il medico di famiglia o il pediatra di libera scelta. In più non c’è un sistema ospedaliero ramificato sul territorio; alcuni villaggi sono addirittura a un giorno di cammino dall’ospedale più vicino. In queste condizioni è facile immaginare l’impatto che può avere un virus molto contagioso come il nuovo Covid-19».

Quindi è indispensabile formare e informare la popolazione. È da qui che si può partire per creare una consapevolezza della pericolosità del virus e si può iniziare un’azione di prevenzione. Azione che può portare risultati importanti. Gli africani possono rispondere bene a queste sollecitazioni? «Difficile rispondere – osserva la dottoressa -. Dipende da fattori molteplici: il livello di istruzione o lo Stato di provenienza, per dire solo i più ovvi. Per esempio, i sierraleonesi, che pochi anni fa hanno affrontato l’epidemia dell’ebola (con un tasso di letalità ben più elevato rispetto a quello del coronavirus), potrebbero essere più propensi a rispettare misure di contenimento in quanto già sperimentate».

Quindi è necessario partire dalla creazione delle condizioni migliori per aiutare gli africani a far fronte al virus. Un’opera diffusa di promozione delle misure basilari per contrastarne la diffusione. «Sì – conclude la dottoressa – si dovrebbero ampliare l’health promotion fin da subito. In caso di diffusione del virus si dovrà poi supportare i governi nell’applicazione di restrizione agli spostamenti che solitamente nel continente africano avvengono su strada, quindi anche più difficili da bloccare e gestire».

(Enrico Casale)

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