Camerun, le regioni anglofone e le ferite aperte

di Stefania Ragusa
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L’episodio più recente risale a domenica scorsa: nove persone, tra cui una bambina di 6 anni, sarebbero stati uccisi domenica 10 gennaio a Mautu, località della regione anglofona del Sudovest, da uomini in divisa. La popolazione accusa i militari (si tratterebbe tra l’altro del secondo attacco a questo villaggio nel giro di due mesi); il governo sostiene che i ribelli avrebbero inventato tutto.

Questo e altri episodi analoghi nelle regioni anglofone del Camerun hanno riacceso l’attenzione su un conflitto che va avanti ormai da diversi anni e che non sembra sopirsi. Il conflitto che coinvolge combattenti della comunità anglofona (circa il 20% della popolazione), nasce dalle rivendicazioni della minoranza accusa il governo centrale, francofono, di trascurare e marginalizzare, sia economicamente, che politicamente, che nella pubblica amministrazione, le antiche regioni sotto tutela britannica, il Northern e il Southern Cameroon. È in queste regioni che trova leve il principale partito d’opposizione, il Social democratic front (Sdf), fondato a Bamenda nel 1990. Il passo verso la ribellione armata, stanca dell’inefficienza della politica, è avvenuto sulla scia di rivendicazioni degli avvocati e degli insegnanti, che segnarono la fine del 2016.

Attacchi contro obiettivi mirati, rapimenti di personalità rappresentative del potere centrale, hanno dato vita a un braccio di ferro con l’esercito che ha messo a repentaglio i civili, provocato una crisi umanitaria e distrutto l’economia locale. Il primo ottobre 2017, i vari gruppi di separatisti radicali, che nelle campagne e nei quartieri popolari trovarono giovani pronti a combattere, proclamarono la nascita simbolica dello Stato indipendente dell’Ambazonia. La data del 1° ottobre era stata scelta perché coincide con la nascita della Repubblica federale del Camerun dopo la riunificazione del Camerun francese e del Southern Cameroon britannico, retaggio dalla prima guerra mondiale.

Dopo due anni di pugno duro, il presidente Paul Biya organizzò un grande dialogo nazionale. Tenutosi circa un anno fa, diede speranze per un cammino verso la pace, purtroppo non avvenuta. Il governo sembra rimanere convinto che può eliminare la ribellione con la forza, mentre tentativi già messi in atto, tra cui un’iniziativa per il disarmo e il reintegro dei combattenti, sono falliti. Dimenticata da molti, la crisi è ancora aperta e farne le spese sono i civili. Vittima emblematica di questa situazione è la scuola, che da circa quattro anni funziona solo al 15% delle proprie capacità, lasciando bambini e ragazzi privi d’istruzione mentre insegnanti sono stati spinti alla fuga o addirittura uccisi. Ad un entusiasmo iniziale della popolazione nei confronti dei separatisti è seguita la delusione, dovuta alla violenza che anch’essi hanno usato, e la frustrazione di trovarsi nel mezzo di questo braccio di ferro.

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