Accoglienza, un libro per parlarne ai bambini

di Stefania Ragusa
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Migrazioni, sbarchi, razzismo, accoglienza. Come parlarne ai più piccoli? Premesso che i temi su menzionati, pur toccandosi e intrecciandosi, costituiscono realtà distinte che chiedono di non essere confuse, la regola aurea rimane quella di aspettare che siano i bambini a porre le domande, senza anticipare le curiosità o indirizzarli verso soluzioni precostituite. Le risposte devono essere veritiere ma calibrate sui destinatari e sulla loro ridotta capacità di astrazione. Questo non significa rifuggire dalla complessità, bensì impegnarsi per delinearla in una forma accessibile. Può essere molto utile, in questo senso, invitare i bambini a riflettere sulla propria storia, attingere anche all’esperienza famigliare e anche ricorrere ai libri.

Qui da noi non c’è posto, racconto firmato da Andrée Poulin e illustrato da Enzo Lord Mariano, pubblicato dalla casa editrice indipendente Lindau con l’avallo di Oxfam Italia, rappresenta a nostro avviso, per esempio, un ottimo strumento. Il giudizio positivo è dato a posteriori. Chi scrive se n’è servita infatti proprio per rispondere alla domanda: “Chi sono i rifugiati?”. Abbiamo letto e fatto leggere la storia a diversi bambini, in un range di età compreso tra i 6 e i 12 anni, e tutti hanno mostrato un grande interesse, chiedendo in diversi casi di tornare di nuovo sul testo e dichiarando di essere stati colpiti dall’intensità dei disegni, «dagli occhi di questi personaggi che sono occhi che parlano».
La trama, ridotta all’essenziale, è la seguente: due fratelli, Marwen e Tarek, devono lasciare la propria casa per sfuggire alla guerra e trovano posto su un gommone che prende il mare. Marwen è quasi adulto, Tarek è un bambino. Durante il viaggio incontrano varie possibilità di approdo che però non si concretizzano: non c’è mai posto e, quando anche il posto ci sarebbe, c’è troppa paura.
Pagina dopo pagina, attraverso dialoghi essenziali e disegni che riescono a dire (soprattutto ai bambini) più delle parole, sfila un repertorio compiuto di rifiuti, silenzi, alibi e compromessi in cui riecheggia la cronaca che tutti conosciamo. In qualche caso il posto c’è, ma solo per due persone; in altri si risponde alla richiesta d’aiuto con una pioggia di oggetti spesso decisamente inutili; in altri l’accoglienza sarebbe possibile ma la paura scomposta per “i nostri bambini” suggerisce che sia meglio non dirlo; in altri infine i profughi sono respinti perché puzzano troppo…
Fino a quando si arriva a una piccola, imprecisata isola dove una donna sorride a Marwan e Tarek dicendo: «In realtà da noi non c’è posto, ma ci arrangeremo». Poi sopraggiunge una ragazzina che va incontro a Tarek. Lui chiede: «Io puzzo?». «Un po’, sì», risponde lei. «Ma non per molto». L’incredulità ansiosa dei piccoli lettori (“ma davvero nessuno prende Marwan e Tarek?”) cede il passo al sollievo del lieto fine.
Poi cominciano giustamente le domande, sul dove, il come e il perché della guerra e su cosa ci sia dietro i rifugiati grandi e piccoli che arrivano nel nostro Paese e su cosa in concreto voglia dire accoglienza.
«Ma mio papà è un rifugiato?», ha domandato a fine racconto un bimbetto figlio di un immigrato tecnicamente “economico”. No, non lo è. E da lì è cominciato un nuovo discorso, sulle ragioni per cui si viaggia e si è viaggiato nella storia e su come la storia dell’uomo sia stata sempre scandita da migrazioni.

(Stefania Ragusa)

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