L’Ufficio per le fatwa di Tripoli, guidato dall’ex gran muftì Sadiq al-Gharyani, ha emanato la scorsa settimana un decreto religioso che vieta ai musulmani di acquistare, vendere o indossare capi di abbigliamento con il logo Nike.
L’autorità religiosa ha spiegato che il nome Nike deriva dalla mitologia dell’antica Grecia – nella quale indicava la dea della vittoria – e che anche il celebre «swoosh», il logo dell’azienda, richiama le ali della divinità. Secondo l’organismo religioso, l’esposizione del nome e del marchio commerciale rischia di diffondere riferimenti associati a credenze politeiste, considerate incompatibili con i principi dell’Islam. Se l’origine mitologica del nome è documentata, il colosso americano dello sportswear ha sempre presentato il proprio logo come una stilizzazione di velocità, movimento e prestazione atletica.
C’è poi una seconda motivazione, di natura prettamente politica: l’autorità accusa infatti la multinazionale di sostenere lo Stato di Israele, richiamando una presa di posizione del Consiglio per la ricerca e gli studi sulla sharia risalente al novembre 2023. In quell’occasione l’organismo aveva sollecitato il boicottaggio delle aziende ritenute complici o sostenitrici delle operazioni militari israeliane nella Striscia di Gaza. Il provvedimento esorta pertanto a interrompere l’acquisto e la commercializzazione dei prodotti a marchio Nike anche come forma di solidarietà con la popolazione palestinese.
Nel più ampio dibattito teologico islamico non mancano interpretazioni differenti, che distinguono nettamente l’impiego contemporaneo di marchi commerciali dalle pratiche di culto e idolatria. La fatwa, in ogni caso, costituisce un pronunciamento dottrinale vincolante solo sul piano religioso per i fedeli che vi si riconoscono, e non equivale a un divieto di legge applicato formalmente dalle istituzioni statali libiche.



