Sudan anno zero, tra le macerie della capitale e gli affari che prolungano il conflitto

di Tommaso Meo

A oltre tre anni dallo scoppio del conflitto, la capitale sudanese, come tutto il Paese, tenta di resistere e ripartire, tra ospedali distrutti e inflazione. Nel suo racconto ad Africa Rivista padre Jorge Naranjo, direttore del Comboni College denuncia la crisi dei servizi e il peso degli interessi esteri nel prolungamento della guerra

di Valentina Giulia Milani

«Khartoum è ancora in buona parte una città fantasma». Palazzi sventrati, ministeri, banche e ospedali distrutti sono le ferite di una capitale devastata da oltre tre anni di guerra. Eppure, dopo la riconquista da parte dell’esercito regolare, la città sta lentamente tornando a popolarsi. A raccontarlo, in un’intervista ad Africa Rivista, è padre Jorge Naranjo, direttore del Comboni College di Khartoum, che descrive il difficile ritorno alla vita della capitale sudanese.

Secondo i dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), oltre due milioni di persone sono rientrate nello Stato di Khartoum. Ma, osserva Naranjo, a tornare sono soprattutto le fasce più povere della popolazione, sfollati e rifugiati che cercano di ricominciare tra le macerie, mentre i ceti più abbienti, che potrebbero contribuire a rilanciare l’economia, restano lontani. Una ripresa fragile, segnata dalla mancanza di lavoro, dalla crisi dei servizi essenziali e da una grave emergenza sanitaria. E sulla quale continua a pesare una guerra alimentata, secondo il religioso, anche dagli interessi di potenze straniere, a cominciare dagli Emirati Arabi Uniti.

La guerra in Sudan è scoppiata il 15 aprile 2023, quando sono esplosi gli scontri tra le Forze armate sudanesi (Saf), guidate dal generale Abdel Fattah al-Burhan, e le Forze di supporto rapido (Rsf), la potente formazione paramilitare comandata da Mohamed Hamdan Dagalo, conosciuto come Hemedti. I due generali, un tempo alleati nella gestione del potere dopo la caduta di Omar al-Bashir nel 2019 e protagonisti del colpo di Stato del 2021, sono entrati in conflitto per il controllo dell’apparato militare e dello Stato, in particolare per le modalità di integrazione delle Rsf nell’esercito regolare. La guerra si è rapidamente estesa dalla capitale ad altre regioni, provocando una delle più gravi crisi umanitarie e di sfollamento al mondo.

Il rientro tra le macerie e l’inflazione

Nel marzo 2025 l’esercito sudanese ha riconquistato Khartoum, dichiarando poi, il 20 maggio, di aver ripreso il controllo dell’intero Stato della capitale. Ma la fine dei combattimenti in città non ha cancellato le conseguenze del conflitto. Il ritorno degli abitanti ha anzi reso ancora più evidenti le difficoltà di una ricostruzione che procede a rilento. «Normalmente, quando diciamo Khartoum intendiamo tre città: Khartoum, Omdurman e Khartoum Bahri, che avevano una popolazione di 7,5 milioni di abitanti», spiega Naranjo, descrivendo una capitale che presenta oggi due volti. Nel centro amministrativo e finanziario, dove sorgevano ministeri, banche e grandi ospedali, interi edifici restano distrutti o abbandonati. Nei quartieri periferici meno colpiti dai combattimenti, invece, la vita è ripresa, ma in condizioni difficili. Il nord di Omdurman, l’est di Khartoum Bahri e il sud di Khartoum accolgono gran parte dei rientrati. I mercati sono affollati, le strade piene di persone, mentre lavoro e servizi scarseggiano.

sudan
Un operaio mentre scava una tomba al cimitero di Al Sahafa, il più grande di Khartoum con oltre 250.000 tombe. Foto: Panos

A rendere ancora più precaria la situazione è l’inflazione. I prezzi dei beni essenziali continuano a pesare su famiglie già impoverite dal conflitto. Gli stipendi, osserva Naranjo, erano bassi anche prima della guerra e oggi il loro potere d’acquisto si è ulteriormente ridotto. Per molti sudanesi, tornare a casa non significa ancora poter ricominciare davvero.

Una sanità da ricostruire

Tra le emergenze più gravi c’è quella sanitaria. La guerra ha lasciato dietro di sé ospedali distrutti, ambulatori inutilizzabili e una drammatica carenza di personale. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, nelle regioni maggiormente colpite dal conflitto, tra cui Khartoum, una quota molto elevata delle strutture sanitarie ha smesso di funzionare o ha potuto garantire soltanto servizi limitati. «Il 70% dei centri di salute sono stati colpiti, danneggiati o distrutti, dipende dal posto, nel conflitto», riferisce Naranjo. «Ho incontrato le autorità del ministero della Salute dello Stato di Khartoum, che dicevano che l’80% degli infermieri che c’erano nello Stato non è tornato, e il 60% dei medici».

Percentuali che il religioso attribuisce alle autorità sanitarie locali e che restituiscono la dimensione di un problema destinato ad aggravarsi con il ritorno della popolazione. Ricostruire gli edifici, infatti, non basta: servono professionisti qualificati, attrezzature ed energia elettrica, la cui disponibilità è stata compromessa dagli attacchi alle infrastrutture di produzione e distribuzione.

sudan guerra
Un uomo in una sala operatoria distrutta dell’Aliaa Specialist Hospital, che ha subito pesanti attacchi di artiglieria ed è stato saccheggiato dalle Forze di Supporto Rapido.

Per questo Naranjo indica tra le priorità il ripristino delle strutture sanitarie, l’installazione di impianti solari per garantirne il funzionamento e la formazione di nuovo personale. «C’è un bisogno di personale sanitario perché la popolazione ormai va oltre cinque milioni di persone con questi ritornati e non c’è tanto personale formato. Perciò anche noi, dalla nostra parte universitaria, insistiamo tanto sulla formazione degli infermieri nuovi, tanto a Khartoum come a Port Sudan».

La ripartenza del Comboni College

Non meno preoccupante è la situazione dell’istruzione. Per migliaia di bambini e ragazzi sudanesi, la guerra ha significato anni senza lezioni, insegnanti e possibilità di proseguire regolarmente gli studi. Un vuoto educativo che rischia di lasciare conseguenze profonde anche dopo la fine dei combattimenti. «Occorre anche pensare che alcuni bambini sono stati senza scuola per tre anni».

È in questo contesto che il Comboni College cerca di riprendere le proprie attività. Allo scoppio della guerra, l’istituzione aveva trasferito parte dei corsi universitari a Port Sudan, sul Mar Rosso, a circa 860 chilometri dalla capitale, riuscendo così a garantire una certa continuità alla formazione. Ora l’obiettivo è tornare a Khartoum, senza abbandonare le attività avviate durante il conflitto. Negli ultimi due mesi Naranjo ha compiuto viaggi nella capitale per preparare la riapertura e prevede di tornarvi all’inizio di novembre. La scuola primaria ha già ripreso le lezioni, mentre per l’università sono aperte le iscrizioni. In attesa di completare la riabilitazione degli edifici del campus, alcune attività didattiche saranno ospitate negli spazi della scuola secondaria. «Come dicevo, per noi la priorità è riavviare la formazione di infermieri perché c’è un bisogno molto grande».

Il Comboni College prima del conflitto.

La ricostruzione richiede risorse che il Sudan, stremato dal conflitto, fatica a trovare. Ci sono famiglie che sopravvivono grazie agli aiuti umanitari e altre che dipendono dalle rimesse dei parenti emigrati. Ma per Naranjo l’assistenza immediata, pur indispensabile, non è sufficiente. Occorre investire nella sanità, nell’istruzione e nella ripresa delle attività economiche, affinché le persone possano tornare a vivere del proprio lavoro. La difficoltà è che la guerra continua ad assorbire risorse che potrebbero essere destinate proprio a questi settori.

L’influenza estera e il nodo degli Emirati

Per il direttore del Comboni College, il futuro del Sudan dipende anche dalle scelte degli attori stranieri coinvolti nel conflitto. Il religioso indica soprattutto gli Emirati Arabi Uniti, accusati di sostenere militarmente le Rsf. Accuse che Abu Dhabi ha sempre respinto, negando di fornire armi o assistenza militare ai paramilitari. Sul ruolo emiratino sono tuttavia emersi riscontri nelle indagini di organizzazioni internazionali per i diritti umani. Human Rights Watch, in un rapporto pubblicato nel maggio 2026, ha esaminato elementi relativi al coinvolgimento degli Emirati nel reclutamento e nell’invio di combattenti stranieri a sostegno delle Rsf. «A livello internazionale la nazione chiave per far finire questo conflitto sono gli Emirati Arabi Uniti. Finché gli Emirati continuano ad appoggiare le Rapid Support Forces, il conflitto continuerà vivo».

Le conseguenze, sottolinea, non sono soltanto militari. Ogni giorno di guerra significa risorse sottratte alla ricostruzione, agli ospedali, alle scuole e ai servizi pubblici. «Un conflitto vivo significa che il governo di Khartoum dovrà investire tanto in difesa, perché altrimenti le milizie tornano a prendere l’iniziativa e queste risorse vanno via da quello che si potrebbe investire in educazione, salute e altri servizi».

I due volti del Paese

Ma il Sudan rischia di rimanere diviso tra le zone controllate dall’esercito regolare e quelle ancora nelle mani delle Rsf? Naranjo invita a osservare una differenza che, a suo giudizio, rivela molto delle dinamiche del conflitto: quella tra i territori dove l’agricoltura è ripresa e quelli dove i contadini non possono più coltivare in sicurezza. «Quando uno guarda i due Sudan, cioè il Sudan sotto le Forze armate sudanesi e il Sudan sotto Rsf, c’è una differenza subito che si apprezza dall’alto: si vede che nelle zone sotto Saf gli agricoltori seminano e quindi si apprezzano dei terreni verdi. Invece, nelle zone sotto Rsf gli agricoltori non seminano perché sanno che non potranno raccogliere i frutti o che saranno saccheggiati».

Secondo il religioso, il ricorso sistematico al saccheggio nelle aree controllate dai paramilitari sta compromettendo la produzione agricola e alimentando tensioni tra i diversi gruppi armati. «Quella dinamica, non producendo e basata sul saccheggio, ha dei limiti. A un certo punto le risorse da saccheggiare scarseggiano e questo genera dei conflitti interni tra i diversi gruppi che formano Rsf».

Naranjo riferisce di defezioni di gruppi che in precedenza combattevano al fianco delle Rsf e che avrebbero deciso di riavvicinarsi all’esercito regolare. Una dinamica che, nella sua analisi, potrebbe progressivamente indebolire i paramilitari e ridurre i territori sotto il loro controllo, senza però determinare necessariamente la fine della guerra. «Questa dinamica, se continuerà, come sembra, indebolirà le Rapid Support Forces, ma senza farla finita. Quindi forse la regione che controllano diminuirà, ma rimarrà comunque una zona sotto Rsf finché avranno questo appoggio così esplicito da parte fondamentalmente degli Emirati».

Oro, porti e sicurezza alimentare: le radici del conflitto

Per comprendere il coinvolgimento degli attori esterni, secondo Naranjo, bisogna guardare agli interessi economici e strategici che attraversano il Sudan. A cominciare dall’oro, una delle principali risorse del Paese e al centro di importanti flussi commerciali verso gli Emirati Arabi Uniti. Il ruolo di Dubai come snodo del commercio aurifero africano è documentato anche da organizzazioni indipendenti. Secondo Swissaid, nel 2024 gli Emirati hanno importato direttamente dal Sudan 29 tonnellate d’oro, oltre a quantitativi transitati attraverso Paesi confinanti.

I bambini costruiscono aquiloni con i sacchetti di plastica. Negli ultimi mesi centinaia di migliaia di rifugiati del Darfur hanno attraversato il confine con il Ciad, in fuga dalle violenze etniche perpetrate dalle Forze di Supporto Rapido (Rsf).

Non meno importante il tema della sicurezza alimentare. Il Sudan dispone di vaste superfici agricole e di un importante patrimonio zootecnico, mentre gli Emirati dipendono in misura significativa dalle importazioni alimentari. Naranjo sottolinea il legame tra le comunità pastorali da cui provengono componenti delle Rsf, l’allevamento di bovini, ovini e cammelli e le opportunità offerte dalle coltivazioni cerealicole sudanesi.

A questi interessi si aggiunge quello per le infrastrutture portuali e l’accesso al Mar Rosso, uno snodo strategico per i commerci internazionali. Nel 2022 era stato annunciato un progetto di investimento emiratino da circa sei miliardi di dollari, comprendente la realizzazione di un porto sulla costa sudanese, una zona franca e un progetto agricolo. Naranjo ritiene che le tensioni legate a questi interessi abbiano contribuito ad alimentare le rivalità politiche e strategiche che circondano il conflitto. Il collegamento diretto tra il progetto portuale e lo scoppio della guerra resta tuttavia una sua interpretazione, non una causa accertata.

Agli interessi economici si sovrappongono le rivalità politiche e ideologiche. Naranjo richiama l’ostilità degli Emirati nei confronti dei Fratelli Musulmani e le accuse rivolte all’esercito sudanese di mantenere legami con ambienti islamisti. Una lettura che, a suo giudizio, non restituisce la complessità degli schieramenti. Secondo il religioso, la contrapposizione ideologica viene utilizzata anche per giustificare determinate alleanze, mentre le motivazioni reali sarebbero più articolate.

Nella sua analisi entrano anche i rapporti tra Emirati, Israele e Stati Uniti, così come le storiche tensioni tra Israele e il Sudan durante il governo di Omar al-Bashir, quando il territorio sudanese era coinvolto nelle rotte di traffico d’armi verso Gaza. Interessi economici, rivalità regionali, alleanze internazionali e questioni di sicurezza finiscono così per intrecciarsi in una guerra che, pur combattendosi sul territorio sudanese, ha implicazioni ben più ampie.

La responsabilità dell’informazione

Per Naranjo, tuttavia, il problema non è soltanto il coinvolgimento degli attori esterni, ma anche il silenzio che circonda le loro responsabilità. Il direttore del Comboni College considera particolarmente distruttiva l’influenza degli Emirati, non solo in Sudan ma anche nel Corno d’Africa, e ritiene che gli interessi economici e strategici dei Paesi occidentali contribuiscano a limitare la pressione politica su Abu Dhabi. Il religioso richiama, in particolare, gli investimenti e le relazioni commerciali, comprese quelle nel settore degli armamenti, che legano gli Emirati a Stati Uniti e Paesi europei. Rapporti che, a suo giudizio, rendono più difficile affrontare apertamente il ruolo delle potenze straniere nel prolungamento del conflitto.

La ricostruzione del Sudan, dunque, non dipenderà soltanto dal ritorno degli sfollati, dalla riapertura degli ospedali o dalla possibilità per i bambini di tornare a scuola. Richiederà anche una risposta internazionale capace di affrontare gli interessi che alimentano la guerra. E in questo percorso, secondo Naranjo, l’informazione ha una responsabilità precisa: raccontare non soltanto le conseguenze del conflitto, ma anche le dinamiche politiche ed economiche che contribuiscono a mantenerlo vivo.

«Penso che rivelare la verità che c’è dietro questo ruolo sia un buon contributo alla pace», conclude.

Condividi

Altre letture correlate: