L’Africa e la difficile sfida dei dati, il nuovo oro digitale

di Tommaso Meo
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L’Africa corre per costruire i data center indispensabili all’intelligenza artificiale, ma parte con un enorme svantaggio: ospita il 20% della popolazione mondiale e appena lo 0,6% della capacità globale di elaborazione dati. Intanto cresce un’altra sfida, ancora più delicata: chi controlla i dati sanitari, economici e personali dei cittadini? Il caso del Kenya racconta il prezzo della sovranità digitale

di Andrea Censoni

I data center sono le fabbriche invisibili dell’economia digitale. Ospitano migliaia di server che elaborano dati, alimentano il cloud e, sempre più, i sistemi di intelligenza artificiale. Ma hanno un costo: consumano enormi quantità di elettricità. Per questo il Kenya aveva scelto Olkaria, nella Rift Valley, dove il vapore geotermico alimenta una delle maggiori centrali elettriche del continente. Qui avrebbe dovuto sorgere un data center da un miliardo di dollari, annunciato nel 2024 durante la visita del presidente William Ruto a Washington. Il progetto, affidato alla società emiratina G42 per ospitare la regione cloud dell’Africa orientale di Microsoft Azure, prevedeva il consumo a regime di un gigawatt di corrente. Due anni dopo, però, il cantiere è ancora fermo. «Per alimentarlo dovremmo spegnere metà del Paese», ha spiegato Ruto.

La frase è volutamente provocatoria, ma rende l’idea della scala del progetto. Il Kenya dispone di circa 3.200 megawatt (MW) di capacità installata e il complesso geotermico di Olkaria ne produce quasi 950. L’energia, però, è solo una parte del problema. Secondo Bloomberg, Microsoft e G42 chiedevano al governo di garantire l’acquisto di una quota minima della capacità del data center anche in assenza di domanda. Nairobi ha rifiutato di accollarsi il rischio dell’investimento. Una scelta significativa in un Paese dove solo il 40,5% della popolazione utilizza internet. L’Africa Data Centres Association definisce i data center il nuovo «oro digitale». Il continente ospita il 20% della popolazione mondiale ma possiede appena lo 0,6% della capacità globale di elaborazione dati, contro il 45% degli Stati Uniti. «La sfida non è recuperare terreno, ma evitare una marginalizzazione ancora più profonda», osserva la presidente Faith Waithaka.

Qualcuno prova comunque a costruire infrastrutture africane. Lo zimbabwano Strive Masiyiwa, fondatore di Cassava Technologies, ha annunciato una rete di centri per l’intelligenza artificiale tra Sudafrica, Nigeria, Kenya, Egitto e Marocco, per consentire a imprese e ricercatori africani di sviluppare l’IA senza dipendere da server all’estero. Ma la vera partita non riguarda solo le ubicazioni dei server. Riguarda soprattutto chi controlla i dati che quei server elaborano. Mentre Nairobi cercava un accordo per costruire un grande data center, nel dicembre 2025 firmava con gli Stati Uniti un’intesa sanitaria nell’ambito della America First Global Health Strategy. In cambio di 1,6 miliardi di dollari, Washington ottiene per sette anni l’accesso ai dati del sistema sanitario pubblico. Sei giorni dopo è stata la volta dell’Uganda: fino a 1,7 miliardi di dollari in cambio dell’accesso in tempo reale a nove sistemi sanitari nazionali, comprese le cartelle cliniche individuali. Il Dipartimento di Stato sostiene che i dati siano aggregati e anonimizzati; Zambia, Zimbabwe e Ghana hanno invece respinto le condizioni iniziali. «Se accetti l’accordo sarai sfruttato. Se lo rifiuti, morirai», sintetizza Frank Ssekamwa, direttore dell’African Centre for Digital Justice.

Oltre quaranta Paesi africani hanno approvato leggi sulla protezione dei dati e molti impongono che siano conservati sul territorio nazionale. Ma resta una contraddizione: un server può trovarsi a Nairobi mentre chi lo gestisce risponde alla legislazione di un altro Paese. E lo stesso governo che tutela la privacy può concedere, con un accordo internazionale, l’accesso ai propri sistemi sanitari. Il problema non è solo geopolitico. Il Kenya continua a investire nella sanità meno del 15% della spesa pubblica promesso con la Dichiarazione di Abuja del 2001, mentre il peso del debito riduce il suo potere negoziale. A Olkaria il vapore continua a salire senza alimentare alcun data center. I server che elaborano milioni di cartelle cliniche dei kenyoti, invece, lavorano già. Solo che non si trovano in Kenya.

Questa rubrica è uscita sul numero 5/2026 della rivista Africa. Per acquistare una copia, clicca qui.

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