Il Sud Sudan sull’orlo di un nuovo inferno

di Tommaso Meo

Combattimenti sempre più intensi, villaggi evacuati, colonne di fumo e migliaia di sfollati raccontano un Sud Sudan al collasso. Sette anni dopo l’accordo del 2018, la pace è franata: arresti politici, milizie armate, violenze intercomunitarie e crisi umanitaria minacciano una nuova guerra civile

di Othman Hussein Al-Siddiq

La savana di Jonglei brucia sotto un sole impietoso. Colonne di fumo si alzano dai villaggi evacuati. Una marea di sfollati attraversa le piste polverose. Il Sud Sudan sembra riscrivere la stessa tragica storia che già lo ha consumato. Quasi sette anni dopo l’accordo di pace del 2018, quel fragile compromesso è crollato. Una spirale di violenze minaccia di riportare il Paese nella guerra civile, con milioni di civili intrappolati tra armi e fame. Gli appelli internazionali alla calma si moltiplicano. Sul terreno, però, il conflitto tra l’esercito governativo e le fazioni dell’opposizione continua senza tregua. Le ferite etniche mai rimarginate e la politica del potere lacerano ancora una volta il tessuto sociale.

Una pace incompiuta

La crisi del Sud Sudan affonda in radici profonde. Dopo l’indipendenza dal Sudan conquistata nel 2011, solo due anni dopo scoppiò una guerra civile alimentata da rivalità etniche e politiche tra Dinka, tradizionalmente legati al presidente Salva Kiir, e Nuer, vicini al vicepresidente Riek Machar. Il conflitto causò centinaia di migliaia di morti e milioni di sfollati, spingendo la comunità internazionale a negoziare l’accordo del 2018, con la promessa di una pace duratura. In realtà, quel patto è rimasto in gran parte sulla carta. Le disposizioni più delicate – condivisione del potere, cessate il fuoco permanente, integrazione delle forze armate rivali, riforme istituzionali ed elezioni – non sono mai state pienamente attuate. Senza progressi concreti, le elezioni previste per dicembre 2026 vengono oggi definite «estremamente difficili» dalla commissione incaricata di monitorare l’accordo.

I caschi blu delle Nazioni Unite, a bordo di un veicolo blindato, parlano con un ragazzo. Foto: Panos Pictures

A peggiorare la situazione, nel marzo 2025 Riek Machar è stato arrestato e posto sotto processo con accuse gravi che lui respinge, denunciando un tentativo deliberato di escluderlo dalla scena politica. L’ex vicepresidente – tuttora detenuto a Juba – è stato formalmente incriminato per omicidio, tradimento e crimini contro l’umanità, in relazione agli attacchi contro le forze armate nello Stato settentrionale dell’Upper Nile da parte di civili nuer armati, noti come White Army, milizia collegata al suo movimento, l’Splm/A-IO. Gli attacchi avevano provocato la morte di oltre 250 soldati. La detenzione di Machar ha ulteriormente spaccato l’opposizione e spinto alcune milizie a tornare alle armi, riaccendendo tensioni che minacciano di trascinare il Paese nuovamente nel conflitto.

Il conflitto che brucia

Da dicembre 2025, lo Stato di Jonglei è diventato il principale teatro delle ostilità. I combattimenti tra l’esercito governativo e le forze dell’Splm/A-IO, insieme alle milizie alleate tra cui la White Army, si sono intensificati in quelle che le autorità definiscono operazioni di «stabilizzazione della pace». La realtà è quella di un’escalation di scontri armati, bombardamenti aerei e violenze intercomunitarie senza precedenti dagli anni immediatamente successivi alla guerra civile. La fase di escalation avviene in un contesto regionale già segnato da grave instabilità: oltre mille giorni di guerra in Sudan e scontri transfrontalieri con forze ciadiane aumentano la pressione sulla fragile stabilità dell’Africa orientale. Le speranze di una nazione unita s’infransero nel dicembre 2013, quando a Juba esplosero combattimenti tra soldati dinka fedeli a Kiir e civili nuer, provocando migliaia di vittime e innescando una spirale di vendette che si estese a tutto il Paese. Quel conflitto, combattuto in larga parte lungo linee etniche, fu la ferita originaria che l’accordo del 2018 tentò di rimarginare – senza successo duraturo. Oggi le dinamiche del nuovo conflitto presentano inquietanti somiglianze con la guerra del passato: guerre locali che rischiano di trasformarsi in una crisi nazionale, con milizie etniche e unità regolari impegnate in offensive e controffensive.

Caos statale, sofferenza civile

La fragilità dello Stato sud-sudanese emerge anche da episodi grotteschi ma emblematici. È il caso della recente nomina – poi rapidamente ritirata – da parte dello staff di Salva Kiir di un membro deceduto da anni a un organismo incaricato di preparare le elezioni. La vicenda, rivelata dai media locali e amplificata dai social network, ha provocato il licenziamento di alti funzionari, suscitando incredulità e indignazione tra la popolazione. Non si tratta solo di un errore amministrativo: è l’emblema di uno Stato allo sbando, incapace di tradurre in realtà le promesse di riforma, con un’amministrazione in evidente crisi e un sistema politico lontano anni luce dalla quotidianità dei cittadini. In un Paese già lacerato da conflitti etnici, corruzione diffusa e paralisi istituzionale, episodi del genere alimentano sfiducia e cinismo, mentre a riecheggiare nella savana sono sempre più le armi.

Le conseguenze ricadono soprattutto sui civili. Secondo le Nazioni Unite, più di 230.000 persone hanno dovuto abbandonare le proprie case dall’inizio della ripresa degli scontri a fine 2025, cercando rifugio in condizioni precarie. Bambini, donne e anziani affrontano lunghi spostamenti attraverso praterie e villaggi abbandonati, esposti a fame, malattie e attacchi. La violenza e l’insicurezza hanno reso quasi impossibile l’accesso umanitario: voli medici sospesi, rotte fluviali e terrestri bloccate, percorsi pericolosi che mettono a rischio operatori e volontari. La distribuzione di aiuti alimentari e sanitari è gravemente compromessa, mentre organizzazioni come Medici senza frontiere denunciano quotidianamente l’impossibilità di raggiungere le popolazioni più vulnerabili. La situazione umanitaria peggiora rapidamente. Secondo il Programma alimentare mondiale, circa il 60% della popolazione di Jonglei rischia nei prossimi mesi livelli di fame a livello di crisi, con la stagione secca che limita ulteriormente l’accesso alle aree vulnerabili proprio mentre cresce la domanda di aiuti. Per i bambini, la situazione è ancora più drammatica: secondo l’Unicef, sono oltre 450.000 quelli a rischio di malnutrizione acuta, mentre molte strutture sanitarie e servizi di nutrizione sono sospesi o chiusi a causa dei combattimenti. L’agenzia ha lanciato un appello urgente per un cessate il fuoco e un accesso senza ostacoli agli aiuti umanitari.

Nyamal Pal, 22 anni, insegna agli alunni della scuola elementare nel campo profughi in cui vive da quando sono scoppiate le violenze in tutto il Paese. Foto: Panos Pictures

L’offensiva delle forze governative contro l’opposizione, concentratasi a marzo sulla città di Akobo, nello Stato di Jonglei, ha intrappolato la popolazione civile in una vera e propria morsa. L’ospedale locale è stato saccheggiato, così come la farmacia gestita da Medici Senza Frontiere, con la perdita totale di medicinali e forniture mediche.

L’episodio si inserisce in una serie sempre più allarmante di attacchi contro strutture sanitarie in Sud Sudan. «Nel corso dell’ultimo anno – fa sapere Msf – abbiamo registrato 12 attacchi contro il nostro personale e gli ospedali che sosteniamo». Il 3 febbraio, inoltre, bombardamenti aerei sulla città di Lankien hanno ucciso diversi civili e distrutto l’ultimo ospedale ancora funzionante.

Un crinale pericoloso

La comunità internazionale osserva con crescente allarme. Il Segretario generale dell’Onu, António Guterres, ha espresso «profonda preoccupazione» per l’escalation di violenza e ha chiesto un cessate il fuoco immediato e un ritorno al dialogo politico inclusivo. Anche l’Unione Africana ha condannato le violazioni del cessate il fuoco, sottolineando che la spirale di violenza minaccia non solo la sicurezza interna ma anche la stabilità regionale, e sollecitando le parti a rispettare gli impegni di pace. Quando il Sud Sudan ottenne l’indipendenza nel 2011, dopo il referendum che sancì la separazione da Khartoum, le aspettative erano altissime: con circa 10 milioni di abitanti e un territorio enorme e ricco di risorse (petrolio e Nilo), si immaginava una democrazia emergente, capace di attrarre investimenti e aiuti internazionali. Ma le speranze sono state ben presto tradite dall’incapacità dei condottieri militari di trasformarsi in governanti. Anni di arretratezza istituzionale, rivalità etniche e debolezza dello Stato hanno lasciato il campo alle armi. Oggi tutto sembra portare verso una nuova guerra civile dagli effetti devastanti.

A pagare il prezzo più alto sono ancora una volta i più deboli: focolai di malattie si moltiplicano in un sistema sanitario allo stremo, mentre milioni di bambini, donne e anziani affrontano fame, malnutrizione e violazioni dei diritti umani. È una crisi umanitaria che si somma alla povertà cronica, alla corruzione diffusa e alle tensioni etniche mai risolte. Il Sud Sudan è di nuovo a un bivio. Nato con la promessa di pace e stabilità, rischia di essere risucchiato in una guerra civile generalizzata. Senza un impegno serio per la pace, il dialogo e la riconciliazione, le fiamme che oggi avvolgono alcune regioni potrebbero presto estendersi all’intero Paese, lasciando dietro di sé una scia di distruzione e sofferenza ancora più profonda.

Questo servizio è uscito sul numero 3/2026 della rivista Africa. Per acquistare una copia, clicca qui.

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