Nasce la prima Convenzione africana per il disarmo dei bambini soldato

di Tommaso Meo
bambini soldato

A New York venti Paesi hanno firmato un accordo storico guidato dal Marocco. Ma la sfida decisiva resta l’applicazione concreta sul campo

di Andrea Spinelli Barrile

L’Africa ha adottato il primo trattato sul disarmo, la smobilitazione e il reinserimento dei bambini soldato. Riuniti presso la sede della Missione permanente del Marocco alle Nazioni Unite a New York, i rappresentanti di una ventina di Stati africani hanno firmato, la settimana scorsa, la prima Convenzione africana sul disarmo, la smobilitazione e il reinserimento (Ddr) dei bambini coinvolti nei conflitti armati.

Si tratta di un testo che mira a coordinare la prevenzione del reclutamento, il disarmo, la smobilitazione e il reinserimento dei minori nei contesti di guerra: una risposta continentale a un fenomeno che alimenta la violenza e mina gli sforzi di ripresa post-crisi. La Convenzione è il frutto di un processo avviato a Rabat nel 2025 ed è stata elaborata con il contributo di governi ed esperti africani. Il Niger, in particolare, ha messo a disposizione la propria esperienza in materia di programmi di disarmo, smobilitazione e reintegrazione.

Un’iniziativa continentale per la tutela dell’infanzia

Il testo collega la protezione dell’infanzia, la pace e la sicurezza e si prefigge lo scopo di aiutare gli Stati a prevenire il reclutamento, a rilasciare i minori associati a forze o gruppi armati e a sostenere il loro reinserimento sostenibile. Il Marocco ha presentato la Convenzione come «uno strumento giuridico senza precedenti», concepito come quadro di riferimento per una maggiore cooperazione africana, promuovendo un processo di scambio tra Paesi al fine di facilitare la condivisione di esperienze, buone pratiche e apprendimento reciproco.

«Il Marocco», si legge in una dichiarazione ufficiale del ministro degli Esteri marocchino Nasser Bourita, «non vuole essere un mero consumatore di standard internazionali. Oggi contribuisce a produrli e a creare i meccanismi utilizzati dalla comunità internazionale. È la prima volta che una convenzione di questa natura nasce da un’iniziativa africana».

La firma di questa convenzione dovrebbe ora aprire la strada alla condivisione di esperienze e buone prassi tra gli Stati. La sua ratifica, la sua integrazione nella legislazione nazionale e il suo finanziamento rimangono passi essenziali per garantire il reinserimento dei minori e prevenire la loro ricaduta nei circuiti criminali. Il testo, tuttavia, non è ancora stato presentato come una convenzione dell’Unione Africana entrata in vigore e la sua attuazione dovrà passare attraverso le procedure nazionali e i passaggi necessari per il suo riconoscimento come strumento giuridico internazionale.

La drammatica realtà del Mali

Tra i Paesi firmatari della Convenzione c’è anche il Mali, dove ogni anno si registra il maggior numero di violazioni documentate nel continente africano nei confronti dei bambini: dal 2012, il Paese è coinvolto in un conflitto armato multiforme che vede contrapposti gruppi jihadisti affiliati ad al-Qaeda e allo Stato Islamico, milizie di autodifesa e forze governative, e i bambini sono tra le vittime più vulnerabili.

Il rapporto annuale del Segretario Generale delle Nazioni Unite sui bambini e i conflitti armati documenta 892 gravi violazioni accertate contro 778 bambini in Mali nel 2024, oltre a 87 violazioni risalenti a periodi precedenti. Numeri che raccontano solo una parte della realtà, viste le enormi difficoltà di accesso sul campo. Le violazioni documentate spaziano dal reclutamento e impiego dei minori ai rapimenti, dagli attacchi a scuole e ospedali fino al blocco degli aiuti umanitari: abusi commessi indistintamente da tutte le parti in causa.

Perché questo trattato può fare la differenza

L’esperienza di altri Paesi africani suggerisce cautela riguardo alla reale portata della Convenzione: il Mali ha ratificato la Carta africana sui diritti e il benessere del bambino il 3 giugno 1998, uno strumento che lo obbliga legalmente a prevenire il reclutamento di minori e a garantirne il rilascio e il reinserimento, ma a più di 25 anni di distanza, le violazioni documentate nel Paese del Sahel dimostrano che l’obbligo formale non è stato sufficiente a produrre una protezione efficace.

Il caso della Repubblica Centrafricana offre un’altra prospettiva istruttiva: dal 2014, circa 12.500 bambini sono stati allontanati dai gruppi armati grazie ai programmi di disarmo, smobilitazione e reintegrazione (il 29% dei quali bambine), ma secondo diversi studi alla smobilitazione non è mai seguita una reintegrazione sostenibile. Inoltre, il Protocollo facoltativo delle Nazioni Unite sul coinvolgimento dei bambini nei conflitti armati, entrato in vigore nel 2002, continua a essere oggetto di ripetuti appelli da parte dell’Unione Africana ai suoi Stati membri affinché lo ratifichino e, soprattutto, lo recepiscano nel loro ordinamento giuridico nazionale.

Va detto però che la nuova Convenzione africana presenta un vantaggio concettuale rispetto alle precedenti: è il primo testo interamente dedicato alle fasi di disarmo, smobilitazione e reintegrazione per i bambini, acquisendo così una specificità tecnica che la Carta africana o il Protocollo opzionale delle Nazioni Unite non possedevano.

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