A un mese dall’inizio dell’epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo (Rdc), «nessuno conosce la reale dimensione dell’epidemia né sa esattamente dove la malattia si stia diffondendo nel Paese», ha avvertito Kate White, coordinatrice medica d’emergenza di Medici Senza Frontiere nella Rdc. «Quello che sappiamo è che la maggior parte dei centri di trattamento nella provincia dell’Ituri è sovraccarica».
Dal 17 maggio, data in cui è stata ufficialmente dichiarata l’epidemia di Ebola del ceppo Bundibugyo, le autorità sanitarie congolesi hanno registrato oltre 650 casi confermati e più di 130 decessi. Tuttavia, Msf avverte che questi dati probabilmente rappresentano solo una parte della situazione reale. Molti dei pazienti curati nei centri arrivano in una fase avanzata della malattia e «la maggioranza non era mai stata identificata o monitorata come contatto prima». Di sicuro il virus si sta diffondendo nelle province orientali dell’Ituri, del Nord Kivu e del Sud Kivu. Nella vicina Uganda, le autorità sanitarie hanno segnalato 19 casi.

Secondo Msf, la risposta internazionale è complicata dall’insicurezza, che rende difficile raggiungere alcune comunità e, anche nelle zone più stabili, gli sforzi per individuare i casi, testare i pazienti, identificare i contatti e monitorare la trasmissione rimangono insufficienti.
«I test diagnostici restano una delle principali debolezze della risposta, nonostante i recenti miglioramenti nella capacità di laboratorio e l’arrivo di centinaia di kit mobili per i test nell’est», ha spiegato White. «Senza test più rapidi e facilmente disponibili, sarà difficile individuare i casi con sufficiente anticipo da contenere l’epidemia».

Nell’Ituri, dove si è registrato il 95% dei casi, c’è un clima di paura e sfiducia tra le comunità, alcune delle quali guardano con sospetto l’improvviso arrivo delle équipe di risposta all’Ebola. «Avviare attività e spiegare la malattia non basta per costruire la fiducia delle comunità: è necessario ascoltare le preoccupazioni delle persone e coinvolgere le comunità nella definizione della risposta», ha aggiunto Frederic Lai Manantsoa, coordinatore delle emergenze di Msf nella Rdc. Per molte comunità, l’epidemia rappresenta solo una delle numerose emergenze sanitarie che da anni ricevono risposte inadeguate.



