di Fabrizio Floris
Un libro e un convegno dell’Università Cattolica rileggono il rapporto tra Italia e Africa nel secondo dopoguerra, mostrando come diplomazia, cooperazione e relazioni culturali abbiano definito la presenza italiana nel continente dopo la fine dell’impero coloniale
Il rapporto tra Italia e Africa viene spesso percepito come una questione del presente: migrazioni, energia, Piano Mattei, competizione geopolitica. In realtà affonda le sue radici nella storia repubblicana italiana e in una lunga stagione di relazioni politiche, culturali ed economiche oggi in parte dimenticate. Dopo la fine dell’esperienza coloniale, l’Italia dovette reinventare la propria presenza nel continente africano senza impero, con mezzi limitati e un ruolo internazionale marginale, ma anche con alcune intuizioni politiche che oggi tornano sorprendentemente attuali.
A riportare l’attenzione su questa storia è stato recentemente il convegno “Oltre l’Impero: l’Italia repubblicana e le sfide del nuovo ordine africano (1945-1989)”, promosso dall’Università Cattolica del Sacro Cuore, sviluppato attorno al volume di Paolo Borruso, L’Italia e l’Africa. Strategie e visioni dell’età postcoloniale (1945-1989), pubblicato da Laterza. Il libro mostra come l’Africa non sia stata un capitolo marginale della politica estera italiana, ma un laboratorio in cui si misurarono ambizioni, limiti e originalità della Repubblica.

Come ha ricordato Agostino Giovagnoli, nel 1945 l’Italia arrivava alla nuova stagione internazionale «non solo senza portafogli, ma con dei debiti”». Era un Paese sconfitto, materialmente distrutto, con scarso peso strategico. Eppure, proprio questa debolezza produsse una condizione particolare. L’Italia aveva perso presto le colonie, prima di altre potenze europee, e questo la rendeva meno compromessa con le future logiche neocoloniali. Una posizione che Enrico Mattei colse con lucidità quando osservò che la perdita dell’impero non era solo una disgrazia, ma anche un vantaggio. In sostanza: meno potenza, ma più agibilità politica. Il lavoro di Borruso insiste su questa “anomalia italiana”. A differenza di Francia e Inghilterra, l’Italia non disponeva di grandi leve militari, finanziarie o amministrative. Doveva quindi muoversi con strumenti più leggeri: diplomazia, relazioni culturali, cooperazione tecnica, iniziative economiche mirate. Lo disse con realismo Amintore Fanfani: gli italiani potevano osservare ciò che accadeva in Africa senza suscitare sospetti, ma non avevano «modo e mezzi» sufficienti per strutturare una presenza continua. Per questo contarono moltissimo le relazioni personali. Non solo ambasciate e ministeri, ma reti politiche, universitarie, ecclesiali.
Un caso emblematico è il rapporto tra Mario Pedini e Léopold Sédar Senghor, segno di una diplomazia spesso costruita sul capitale umano prima che sulla forza dello Stato. C’è poi una seconda specificità italiana: il ruolo della Chiesa Cattolica. Missioni, scuole, università, reti assistenziali e rapporti ecclesiali hanno rappresentato per decenni un canale stabile di presenza italiana in Africa. In particolare il pontificato di Paolo VI diede al Vaticano e indirettamente all’Italia una capacità di interlocuzione spesso superiore a quella della politica ufficiale. Anche questo emerge nel quadro ricostruito da Borruso. Tra i protagonisti di questa stagione spicca naturalmente Mattei, che attraverso ENI cercò rapporti energetici più paritari con vari paesi africani e mediorientali, rompendo schemi tradizionali. Ma il libro aiuta a rileggere anche la linea di Aldo Moro, che insieme a Pedini intuì la centralità strategica del nesso Europa-Africa. Energia, sviluppo, Mediterraneo, dialogo Nord-Sud: temi che oggi sembrano contemporanei erano già presenti allora. Moro comprese prima di molti che il destino europeo non si sarebbe giocato solo a Bruxelles o sul fronte atlantico, ma anche sulle sponde del Mediterraneo.
La riflessione proposta da Borruso aiuta anche a collegare storia e presente. Lo stesso ateneo ha ricordato che il Piano Africa dell’Università Cattolica si innesta in una rete di collaborazioni che già esistono: l’ateneo ha promosso negli ultimi tre anni 140 progetti di collaborazione con il continente africano: ricerca, formazione, sanità, partenariati accademici. È il segno che l’Africa non è più — ammesso che lo sia mai stata — un dossier periferico. Demografia, energia, materie prime critiche, rotte commerciali, sicurezza e migrazioni la rendono decisiva per l’Europa. La storia raccontata da Borruso suggerisce una conclusione semplice: l’Italia conta di più quando smette di pensarsi marginale e usa la sua posizione mediterranea come risorsa strategica. Non serve nostalgia imperiale. Serve visione. In un’epoca in cui il Mediterraneo torna a essere uno spazio decisivo per gli equilibri globali, quella stagione storica mostra che l’Italia riesce a incidere soprattutto quando costruisce relazioni, conoscenza e cooperazione, più che semplice proiezione di potenza. E forse, in questo, la Prima Repubblica aveva capito qualcosa che oggi stiamo appena riscoprendo.



