di Massimo Lazzari
Nel suo saggio “Ingiustizia climatica: perché combattere le diseguaglianze può salvare il pianeta”, Friederike Otto mostra come la devastante siccità in Madagascar sia effetto non solo del clima, ma delle ingiustizie storiche. Una lettura potente che ribalta la narrativa globale sul cambiamento climatico.
«Il cambiamento climatico non riguarda la sfortuna, ma è soprattutto una questione di ingiustizia. Comprenderlo è fondamentale.»
Questo è il punto focale intorno a cui ruota il recente saggio “Ingiustizia climatica: perché combattere le diseguaglianze può salvare il pianeta” di Friederike Otto, una scienziata estremamente autorevole e di elevatissimo standing internazionale: nel 2020 è diventata una delle dieci scienziate del clima internazionali a contribuire all’Intergovernmental Panel on Climate Change Synthesis Report of the Sixth Assessment Report, e nel 2021 Time l’ha inserita tra le 100 persone più influenti per il nostro futuro, e Nature tra i dieci scienziati che hanno contribuito maggiormente al progresso scientifico nel corso dell’anno. Non proprio l’ultima arrivata nel settore insomma.
In questo saggio, Otto indaga cause ed effetti di eventi meteorologici e climatici estremi che hanno colpito negli ultimi anni tutti gli angoli del pianeta: dalle ondate di calore in Canada e India agli incendi in Australia, dalla deforestazione in Amazzonia alle alluvioni in Germania.
Ma i capitoli che più lasciano il segno sono quelli dedicati all’approfondimento delle gravi siccità che hanno interessato gran parte del continente africano e, in particolare, il Madagascar.
All’isola africana è dedicato un intero capitolo, dal titolo «La povertà è la radice della crisi», che approfondisce la grave siccità durata ben tre anni, dal 2019 al 2021. Ed è proprio in questo capitolo, a mio avviso, che si manifesta la potenza della tesi sviluppata dall’autrice. Otto e il suo team di scienziati, infatti, propongono un cambio di prospettiva radicale: il Madagascar non è povero perché, come dichiarato nel 2022 dal Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite è il “primo Paese al mondo colpito dall’emergenza climatica”; è piuttosto vero il contrario, cioè che il Madagascar è colpito dall’emergenza climatica in modo così drammatico perché è un Paese strutturalmente povero e sottosviluppato. E questo gap trova il suo fondamento nella politica colonial-fossile delle ex potenze occupanti, che sono le stesse che hanno portato al cambiamento climatico. In ultima analisi, «il drammatico impatto della siccità sul Madagascar non dipende dal cambiamento climatico, ma entrambi hanno come causa comune la politica coloniale».

Per essere ancora più chiari, «la fame e la malnutrizione nella parte meridionale dell’isola africana, devono essere viste meno come conseguenza di un clima arido e più come una diretta conseguenza dell’azione dei missionari britannici e dei coloni francesi.»
Otto ne ha per tutti, anche per i programmi di aiuto internazionale e per le ONG che operano sul territorio: «Sull’isola si è persino arrivati a una spiazzante alleanza per cui le Ong internazionali e le organizzazioni che fanno capo alle Nazioni Unite tacciono rispetto ai fallimenti del governo nella parte meridionale del paese […] dal momento che le critiche renderebbero la situazione locale ancora più caotica. Inoltre, così facendo riescono a organizzare meglio le già menzionate donazioni economiche da parte dell’Occidente, costruendo una narrazione dove l’Occidente, il clima e la natura, sono gli unici veri responsabili della crisi. Agli occhi di chi fa una donazione, il cambiamento climatico e le responsabilità occidentali sono un argomento più semplice da afferrare. La storia risulta più plausibile, più semplice da raccontare e da comprendere.»
In linea generale, quindi, secondo Otto i programmi di aiuti internazionali, in Madagascar come in tanti altri Paesi del continente, hanno portato solo a una maggiore dipendenza dagli stessi, dipendenza che negli ultimi decenni ha plasmato dalle nostre parti l’immagine del povero, «sottosviluppato», continente africano.
Una tesi forte, lucida e non allineata rispetto alla narrativa convenzionale a cui siamo abituati. E soprattutto scomoda da accettare perché presuppone di assumere almeno quattro livelli di consapevolezza:
- Sì, la crisi climatica esiste;
- Sì, la responsabilità della crisi è antropica e in particolare della politica colonial-fossile della parte di mondo “sviluppata”;
- Sì, la crisi sta colpendo in misura maggiore chi ne è meno responsabile e chi è meno preparato ad affrontarla;
- E no, non è la parte di mondo “sviluppata” che può risolverla, per lo meno non con le modalità attuate finora.
I paesi del Sud globale infatti «non hanno bisogno di un qualche eroe bianco o di una qualche eroina bianca che li salvi, ma di un solido e durevole aiuto allo sviluppo», ma «è arrivato il momento di agire insieme per fare qualcosa di scomodo per noi, cioè rendere noi stessi superflui».
Ed è proprio questa la soluzione che propone Otto nel suo saggio, rafforzandola nel capitolo finale con il suggerimento anche di un radicale cambiamento nella narrativa utilizzata per raccontare i cambiamenti climatici.
Parlare del cambiamento climatico, infatti, significa parlare della disuguaglianza e dell’ingiustizia, e anche del sistema all’interno del quale viviamo. E «se vogliamo cambiare qualcosa, dobbiamo fare di più che spiegare le cose e diffondere informazioni; abbiamo bisogno di raccontare storie migliori, che siano così potenti da sovrastare quelle raccontate dalle aziende più influenti del mondo.»
Questo è il compito che Otto assegna a chiunque, dopo aver letto il suo libro, sia disposto ad accogliere una tesi così potente e a sposare una missione tanto complicata quanto indispensabile per il nostro futuro: dare un contributo concreto alla lotta contro i cambiamenti climatici che colpiscono tutto il mondo, anche quello in cui noi viviamo; ma ancora prima dare un contributo concreto alla lotta contro le gravissime diseguaglianze che colpiscono solo una parte di mondo, quella in cui noi non viviamo.
Foto di Jules Bosco, Salohi, USAID su Pixnio



