Uganda: l’ospedale che stampa le gambe

di Matteo Merletto

Arti artificiali realizzati in poche ore con stampanti 3D. Non è fantascienza ma realtà. Grazie all’innovazione tecnologica, un ospedale di Kampala restituisce autonomia e speranza a migliaia di disabili.

Un pomeriggio di quattro anni fa, la 22enne Johanna è stata investita mentre si recava al mercato di Nakawa di Kampala, la capitale dell’Uganda, per vendere papaie, banane e la verdura del suo orto. L’incidente è avvenuto a un incrocio. Il conducente di un matatu, un pulmino per il trasporto pubblico, lanciato a tutta velocità, ha perso il controllo del suo mezzo e l’ha travolta. La giovane donna è sopravvissuta, ma i medici hanno dovuto amputarle la gamba sinistra al di sotto del ginocchio.

Polo di eccellenza

Oggi Johanna è distesa su un lettino del CoRSU Rehabilitation Hospital di Kampala, dove un tecnico ortopedico le sta scannerizzando la gamba con un macchinario a infrarossi che trasmette i dati dell’arto amputato a un laptop in tempo reale. La scansione verrà inviata a un laboratorio, dove una stampante 3D fabbricherà l’incavo in materiale plastico, necessario alla realizzazione di una protesi su misura.

Nel 2015 questo complesso ospedaliero, il più grande dell’Africa orientale per la cura di diverse forme di disabilità, ha iniziato ad adottare la stampa 3D per realizzare protesi per centinaia di pazienti. Questa tecnologia è considerata il futuro dagli specialisti dell’ortopedia e potrebbe essere una svolta per risolvere questo tipo di problemi nei Paesi in via di sviluppo. Il programma è portato avanti da personale formato dall’Università di Toronto, che collabora con Christian Blind Mission, l’ong che ha aperto l’ospedale e che si occupa di aiutare persone con disabilità nel mondo.

Benefici enormi

I vantaggi sono evidenti, a partire dai tempi di fabbricazione: con lo stampo in gesso e il modellamento termoplastico in fibra di vetro erano necessari almeno cinque giorni; ora, con la modellazione digitale e la stampa 3D, in 48 ore la persona può essere dimessa con una protesi nuova. Quest’ultima, poi, risulta molto più ergonomica e comoda, favorendo l’adattamento del paziente.

Anche i costi sono stati abbattuti: da 5000 dollari per protesi si è passati a circa 250. I pregi di questa tecnica consistono nella semplicità d’uso, che facilita la formazione di tecnici prostetici e una loro maggiore produttività nonché la portabilità dell’attrezzatura necessaria. Servono solo uno scanner 3D, un computer portatile standard, un software specifico e una stampante 3D di media misura, per un costo complessivo di qualche migliaio di dollari. Il tutto può essere trasportato anche in zone remote e non è indispensabile avere con sé la stampante, perché i dati della scansione possono anche essere inviati a un laboratorio per la stampa che può trovarsi potenzialmente dappertutto.

La mancanza di un braccio, di una gamba, o una deformazione congenita è ovunque un ostacolo difficile da superare; per coloro che vivono nelle zone più povere del mondo, l’handicap fisico può rappresentare la condanna a una vita di sofferenze e di emarginazione.

Problema critico

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, esiste nel mondo oltre un miliardo di disabili, e circa un quinto, 190 milioni di persone, è costretto ad affrontare difficoltà «molto significative» nella vita di tutti i giorni. Di questi, almeno il 70% vive nei Paesi in via di sviluppo, con disabilità fisiche che necessiterebbero di arti protesici, apparecchi ortopedici o altri dispositivi di primaria importanza vitale. Nel continente africano, il più colpito da questa problematica a causa della mancanza di risorse economiche e di strutture di assistenza sanitaria, solo il 27% dei disabili ha ricevuto i presidi necessari a una vita decente.

Oltre ai costi proibitivi per la maggior parte dei pazienti, mancano esperti protesisti, materiali e soprattutto centri attrezzati. Fino a qualche anno fa, in Uganda si stimava ci fossero solo 12 protesisti per servire più di 40 milioni di abitanti. Adesso le protesi stampate potrebbero riuscire utili particolarmente in alcune aree settentrionali, dove in molti hanno subito amputazioni e perdita di arti nel conflitto tra il governo e l’Esercito di resistenza del Signore (Lra) di Joseph Kony. E dove affluiscono in continuazione mutilati tra i profughi fuggiti dalla guerra in Sud Sudan. Per alcuni esperti sussistono ancora delle perplessità, riguardanti il materiale impiegato, ritenuto ancora troppo fragile, e la tecnica, che ha costi ancora elevati; ma l’efficienza e la maggiore produttività delineano un potenziale enorme per gli ospedali del continente africano e darebbero una chance a milioni di pazienti che, come Johanna, potrebbero uscire sorridenti dall’ospedale sulle loro gambe.

(di Simon Marks – foto di Isaac Kasamani / Afp)

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