Tahar Ben Jelloun: contro il razzismo serve la pedagogia

di Stefania Ragusa

«Oggi il razzismo è in buona salute», dice Tahar Ben Jelloun nel film documentario Cara Mérième. Lettera di Tahar Ben Jelloun sul razzismo, film che ha introdotto l’incontro con lo scrittore franco-marocchino al Festival della Migrazione di Modena, lo scorso 28 novembre.
Tahar era già stato a Modena  20 anni fa a presentare il suo libro manifesto, Il razzismo spiegato a mia figlia, che è diventato film, per narrare come Mérième oggi viva le situazioni di razzismo ed intolleranza che incontra nella Parigi contemporanea.

Francesco Conversano e Nene Grignaffini con Tahar Ben Jelloun

Il film di Francesco Conversano e Nene Grignaffini, prodotto da Movie Movie con Rai Cinema, raccorda il pensiero e la saggezza di Tahar con la visione giornaliera di Mérième della città, una Parigi che si confronta con gli attentati e l’intolleranza razzista. Un dialogo a due, tra generazioni, reso in maniera impeccabile dalla regia e da una splendida fotografia. Un dialogo che in sé riassume anche tante voci che contribuiscono a narrare la situazione di intolleranza nella Francia di oggi.

«Il razzismo non è un problema di leggi insufficienti; le leggi ci sono, e vengono fatte rispettare», ci dice Tahar nel corso dell’affollato incontro pubblico dopo la proiezione del film. «È di poco tempo fa la condanna di un giornalista francese molto conosciuto, Eric Zemmour, per istigazione all’odio razziale. Purtroppo in questa Francia è venuto a mancare lo sviluppo e l’integrazione, sostituito dell’emarginazione nelle periferie delle grandi città (le banlieue). In Italia, oggi, dovete fare attenzione con le nuove generazioni di ragazzi nati da genitori migranti. Aiutarli ad integrarsi a crescere socialmente e culturalmente, e non a emarginarli come è avvenuto nelle banlieue parigine».

Sollecitato dalle domande di tre studentesse, Tahar continua: «Si parla spesso di un razzismo tra le diverse culture che coesistono all’interno di una nazione, una città, ma non è così. Non esiste un razzismo tra le culture, il vero razzismo è quello contro i poveri, e questo è acuito quando i poveri sono gli stranieri, i diversi da te. Si può combatterlo, insieme, ognuno con il proprio ruolo. Non bisogna mai minimizzare, il razzismo è sempre grave. Non dimentichiamoci che lo sterminio nazista degli ebrei è cominciato con insulti, con parole di odio, che poi si sono trasformate nelle camere a gas. Oggi tra i giovani c’è una presa di coscienza collettiva su molti temi, dalla mancanza di libertà all’emarginazione dei poveri, non solo contro il razzismo. E questa coscienza deve diventare voto, non si può rimanere a casa, nell’isolamento dei social network».

«Un bambino, quando nasce, non ha nessuna ragione per essere razzista, ma può diventarlo, a seconda di come i genitori, la scuola e le istituzioni gli spiegheranno le diversità. Un giorno un bambino in una scuola mi ha chiesto: “Quando scriverai Il razzismo spiegato ai genitori?”. Gli ho risposto: “È il tuo compito, quando sentirai tuo padre dire stupidaggini su neri, ebrei, musulmani, tu devi intervenire, perché così educherai tuo padre”. A un bambino si può spiegare perché ha una mente aperta, gli adulti sono ottenebrati dai pregiudizi».
«In Italia, ma non solo, c’è poi anche il problema dei partiti di estrema destra, razzisti, che si approfittano di situazioni di urgenza e disperazione per conquistare consenso. Lavorano sulla menzogna e sulla paura. La paura è oggi il miglior prodotto che la destra “vende” alla gente. E la gente li segue. Questo funziona: ha paura, un sentimento che è molto facile instillare e far crescere. Senza gli immigrati e senza i musulmani, Salvini non sarebbe mai diventato ministro dell’Interno. C’è bisogno di educazione, di una pedagogia dell’integrazione, che si parli ai bambini, che tutti si coinvolgano con le scuole, gli artisti, i cantanti, i musicisti, pittori, uomini politici, tutti. Il mio ruolo di padre, di autore, di scrittore, è quello di spiegare, e in questo non mi sento solo. Ogni cittadino deve avere un ruolo nella pedagogia contro il razzismo».

Dante Farricella

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