A quindici anni dalla rivolta del 17 febbraio 2011 che portò alla caduta del regime di Muammar Gheddafi, la Libia si trova stretta in una morsa tra il collasso economico e la sistematica impunità per i crimini di guerra. È quanto emerge dalle denunce diffuse ieri dall’Organizzazione nazionale per i diritti umani in Libia e da Amnesty International, che offrono due prospettive convergenti sul fallimento della transizione democratica nel Paese nordafricano.
L’Organizzazione nazionale libica focalizza l’attenzione sul grave deterioramento delle condizioni della popolazione, sottolineando come l’assenza di un quadro giuridico stabile e i conflitti politici non rappresentino più solo un dilemma istituzionale, ma la causa diretta del crollo del tenore di vita. Nel suo rapporto viene denunciata una corruzione amministrativa dilagante che drena le risorse pubbliche e un’inflazione fuori controllo, aggravata dal deprezzamento della valuta locale. L’ente lancia un monito specifico in vista dell’imminente mese di Ramadan, avvertendo che l’erosione del potere d’acquisto e la mancanza di reti di protezione sociale rischiano di innescare disordini e tensioni civili difficilmente gestibili.
Parallelamente, Amnesty International pone l’accento sull’assenza di stato di diritto, affermando che “l’impunità regna sovrana”. Secondo l’organizzazione con sede a Londra, le autorità libiche non solo hanno fallito nello smantellare le reti criminali, ma hanno integrato membri di milizie famigerate nelle istituzioni statali senza alcun vaglio, fornendo loro finanziamenti e legittimità. Mahmoud Shalaby, ricercatore di Amnesty, ha detto che questa negligenza ha tradito i sopravvissuti e rafforzato un ciclo di violenza e illegalità.
Il rapporto di Amnesty cita un fatto di cronaca recente e significativo: l’uccisione di Saif al-Islam Gheddafi, avvenuta all’inizio di febbraio 2026. L’evento viene indicato come prova dell’incapacità del sistema giudiziario libico di garantire l’incolumità dei sospettati e lo svolgimento di processi equi, nonostante un passo formale compiuto nel maggio 2025 dal Governo di unità nazionale (Gnu) di Tripoli, che aveva accettato la giurisdizione della Corte penale internazionale (Cpi) per i crimini commessi dal 2011 al 2027. Tuttavia, senza una reale cooperazione e la consegna dei latitanti, l’impegno con la giustizia internazionale rischia di rimanere, secondo le fonti, un atto privo di conseguenze concrete.


