L’assassinio di Saif al-Islam arriva 48 ore dopo l’incontro a Parigi tra i vertici di est e ovest, mediato dagli Usa. Per gli analisti potrebbe trattarsi di un’operazione di intelligence straniera che favorisce entrambi i leader, indebolisce Mosca e segna la fine dell’influenza politica della famiglia Gheddafi nel Paese nordafricano
a cura della redazione
La morte di Saif al-Islam Gheddafi, figlio dell’ex leader libico Muammar Gheddafi, ha sollevato interrogativi profondi sulle ripercussioni politiche in una Libia già segnata da un prolungato stallo istituzionale e di potere. Secondo analisti e osservatori, l’assassinio non va considerato un semplice episodio di violenza isolato, ma un vero “terremoto politico” che potrebbe rimodellare l’intero panorama politico diel Paese. Saif al-Islam era visto da molti come una figura centrale – una “pedina pesante” – all’interno di un complesso equilibrio che intreccia influenze tribali, equilibri di potere interne e dinamiche di influenza internazionale. La sua eliminazione, avvertono diversi esperti, potrebbe avere conseguenze di vasta portata.
Il politologo Khalid Mohammed al-Hijazi afferma che, tra i libici, esisteva una fetta di popolazione che considerava Gheddafi non solo un simbolo, ma un possibile motore di ritorno a una forma di Stato centrale e di relativa stabilità, soprattutto in regioni meridionali e tra alcune tribù influenti. La sua scomparsa osserva al-Hijazi, priva questa parte del Paese di un’opzione politica ritenuta significativa, e potrebbe spingere alcune componenti verso la ricerca di nuovi leader forti o, in alcuni casi, verso possibili ribellioni basate su logiche di vendetta tribale. In secondo luogo, prosegue l’analista, l’assassinio mette in luce uno dei problemi più profondi della Libia contemporanea: il fatto che il Paese rimane un’arena dominata da rivalità armate e vendette, più che un campo di competizione politica pacifica. Questo scenario, avverte, potrebbe minare l’idea stessa di elezioni o di un processo di transizione pacifica del potere, consolidando invece l’idea che chiunque si avvicini alla leadership rischia di essere “rimosso con la forza” piuttosto che attraverso le urne.
Sul fronte delle milizie, la scomparsa di una figura di rilievo come Saif al-Islam potrebbe riaprire la partita delle alleanze armate, con possibili riassestamenti di fazioni e persino un potenziale consolidamento di gruppi prima divisi, in cerca di maggiore influenza o legittimazione. Infine, a livello internazionale, l’omicidio rischia di allargare le fratture tra le potenze straniere coinvolte nel dossier libico.
Alcuni attori esterni consideravano Saif al-Islam una carta negoziale o strumento di pressione nelle trattative di pace. La sua eliminazione potrebbe quindi complicare gli sforzi di mediazione o, al contrario, accelerare tentativi di imporre soluzioni rapide di fronte al deteriorarsi della situazione. Gli osservatori concordano sul fatto che la Libia oggi entra in una nuova fase politica, dove gli omicidi mirati diventano un elemento destabilizzante tanto quanto la politica stessa.
Anas al-Gomati, direttore del Sadeq Institute, ha scritto su X che Saif al-Islam Gheddafi è stato assassinato dopo essere sopravvissuto per anni a mandati della Corte penale internazionale, condanne a morte, cacce delle milizie e al caos libico. “Perché proprio ora?”, si chiede al-Gomati. Quattro uomini hanno fatto irruzione in una località ritenuta sicura, lo hanno ucciso e sono scomparsi senza lasciare tracce. Nessun gruppo o fazione ha rivendicato l’operazione.
Secondo l’analista, si è trattato di un’azione di alta precisione, che presuppone addestramento d’élite, relazioni sul terreno e intelligence interna, inclusa la disattivazione dei sistemi di sorveglianza. “In Libia – scrive al-Gomati – solo servizi di intelligence stranieri sono in grado di operare con questo livello di sicurezza operativa”.
Il tempismo dell’uccisione solleva ulteriori interrogativi. La morte di Saif al-Islam arriva infatti 48 ore dopo un incontro a Parigi, mediato dagli Stati Uniti, tra Saddam Haftar e Ibrahim Dbeibah, figure chiave del potere rispettivamente nell’est e nell’ovest del Paese. Negli ambienti filogheddafiani si ritiene che non si tratti di una coincidenza.
Saif al-Islam viveva in clandestinità dal 2017 per timore di essere ucciso. La sua unica apparizione pubblica risale al novembre 2020, quando si registrò come candidato alle elezioni presidenziali. Nel dicembre successivo fu però fisicamente bloccato dalle forze di Haftar davanti al tribunale di Sabha.
Secondo al-Gomati, Haftar adesso si ritrova senza il suo principale rivale politico, aprendo la strada alla successione dei propri figli; Dbeibah rimuove una variabile imprevedibile capace di far deragliare qualsiasi accordo politico; mentre gli Stati Uniti indeboliscono la Russia, che perde la sua “polizza Gheddafi” ed è ora costretta a legarsi ancora più strettamente a Haftar. Sul piano interno, l’impatto è profondo. La famiglia Gheddafi appare politicamente finita: Aisha vive in Oman, Saadi a Istanbul, Hannibal è appena uscito da una prigione libanese. Nessuno, secondo gli analisti, è in grado di raccogliere l’eredità politica di Saif al-Islam.


