di Céline Camoin
Domenica 15 marzo 2,6 milioni di elettori sono chiamati alle urne per scegliere un nuovo presidente, ma l’esito appare già scritto in favore di Denis Sassou Nguesso. Parte dell’opposizione boicotterà le elezioni, mentre crescono le denunce verso un processo elettorale poco trasparente
È un’elezione senza posta in gioco quella che si terrà domenica 15 marzo in Repubblica del Congo. Circa 2,6 milioni di elettori saranno chiamati alle urne, ma la riconferma del presidente Denis Sassou Nguesso, in carica ininterrottamente dal 1997, è pressoché certa.
La campagna elettorale, dominata dallo stesso Nguesso, è stata segnata dal boicottaggio dei principali esponenti dell’opposizione e dal timore costante di repressioni verso i contestatori. In un contesto in cui già molti ritengono il processo elettorale irregolare e manipolato a favore del leader al potere da 42 anni, a sfidarlo saranno sei candidati di peso nettamente minore.
Christian Mounzeo, storico attivista della società civile congolese, ha disegnato in una lunga intervista ad Africa Rivista il ritratto di un Paese che, alla vigilia del voto, sembra aver indietreggiato dal punto di vista economico e sociale: indebitato fino al collo e guidato dalla mano di ferro di una classe dirigente che guarda solo ai propri interessi.
«La campagna elettorale non ha suscitato grande interesse e credo che il tasso di astensione sarà elevato, come già accaduto in passato. Il sistema ha già minacciato di reprimere qualsiasi contestazione dovesse manifestarsi in piazza. La gente è condizionata», dice il coordinatore nazionale di Tlp (Tournons la page), Rpdh (Rencontre pour la Paix et les Droits de l’Homme) e del consorzio del progetto Eusee (sistema dell’Unione Europea per un ambiente favorevole alla società civile). Mounzeo cita ad esempio l’operazione di repressione delle bande di delinquenti giovanili, l'”operazione Zero kuluna”, che ha portato a esecuzioni sommarie e violenze diffuse da parte delle forze dell’ordine.
Mounzeo descrive un processo elettorale che, a parere della società civile, non è equo, né regolare, né trasparente. «Con Tlp, cinque anni fa, abbiamo indagato sul processo e sulla governance elettorale. Abbiamo pubblicato un rapporto che ha sollevato una serie di importanti preoccupazioni relative all’organizzazione delle elezioni». L’attivista spiega che oggi «il contesto è lo stesso, nulla è cambiato»: ad esempio, «avevamo chiesto l’uso della biometria per garantire che le elezioni si svolgessero in condizioni almeno parzialmente trasparenti, ma non è stata implementata». Tra le richieste c’era anche quella di un nuovo registro elettorale, dietro censimento. L’unica cosa ottenuta è stata una revisione «non fatta in modo consensuale».
Secondo Mounzeo altri problemi risiedono nei confini delle circoscrizioni elettorali, le cui ripartizioni favoriscono il governo. «È un’ingiustizia che deve essere assolutamente corretta». L’attivista critica inoltre le strutture incaricate dell’organizzazione delle elezioni – la Commissione elettorale, la Corte suprema e la Corte costituzionale – che definisce «non indipendenti», se non di nome.
Mounzeo cita poi il caso del voto anticipato dei militari che si è svolto il 12 marzo. «Il problema è che queste votazioni anticipate spesso danno un 100% al vincitore e si svolgono in un ambiente privo di osservatori. Non vediamo gli elenchi di questo personale militare e non sappiamo se sono estratti dalle liste elettorali generali. Pertanto, non possiamo sapere se i militari votino due volte».

Dal punto di vista economico-sociale, un recente rapporto dell’Osservatorio congolese sui diritti umani ha evidenziato che quasi un cittadino su due sopravvive con circa due euro al giorno. Una situazione drammatica, in cui l’insicurezza alimentare colpisce duramente le aree rurali a causa di infrastrutture agricole carenti e dell’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità.
Lo Stato congolese si trova «in un contesto di debito davvero abissale», sottolinea Mounzeo. «Questo solleva interrogativi sul fatto che abbiamo risorse significative, ma queste risorse vengono sperperate da individui intorno al sistema che, per far funzionare lo Stato, ricorrono al debito». La povertà è esacerbata e allo stesso tempo «l’accesso ai diritti diventa problematico, che si tratti del diritto alla salute, dell’istruzione, dell’acqua, dell’elettricità, o persino delle strade, completamente fatiscenti. Dove vanno esattamente i soldi, se lo chiedono in molti».
«Quando esaminiamo lo stile di vita di chi è al potere, è davvero paradossale. Quando si ammalano loro o i loro familiari, vanno in Europa per farsi curare. Il tenore di vita contrasta nettamente con la situazione della gente comune, che lotta per vivere con due euro al giorno». Tutto si basa «sulla corruzione sistemica», ed è questo «che permette al sistema di mantenersi». Le persone impoverite, secondo l’attivista, sono più accondiscendenti. «La prova è che in campagna elettorale vediamo persone che si precipitano ai comizi perché hanno ricevuto un tessuto e 2.000 franchi Cfa, circa 3 euro. Se non ricevono quei soldi, non ci vanno. Anche la folla che segue il presidente è organizzata».
Il quadro però non è del tutto immobile. Negli ultimi anni sono state introdotte alcune norme in materia di trasparenza e lotta alla corruzione – una legge anticorruzione, strutture dedicate, obblighi di dichiarazione dei beni per i titolari di cariche pubbliche, un codice sulla gestione delle finanze pubbliche – che rappresentano passi avanti rispetto a un passato in cui sollevare certe questioni poteva portare in carcere. «Ora possiamo parlare di trasparenza», dice Mounzeo. Il problema, aggiunge, è che queste leggi restano spesso inapplicate: la corruzione coinvolge persone politicamente esposte, e i giudici raramente hanno l’indipendenza necessaria per agire.
«Deve essere avviata una mobilitazione per porre le basi di un’alternanza in futuro», dichiara Mounzeo. «Anche se sono stati soffocati tutti i meccanismi di contropotere, nonostante il contesto sfavorevole, la società civile rimane l’unica alternativa che solleva questioni e avanza proposte. Quando ascoltata, in particolare dai partner per lo sviluppo, riesce a introdurre riforme nella governance che possono far progredire il Paese».
Progressi in un mare di problemi, che esistono ma per i quali servirà molto più tempo ed energie per produrre i risultati che i congolesi potrebbero aspettarsi.


