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Edizione del 13/08/2026

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conflitto

    FOCUS

    Sudan, la guerra che conviene a troppi

    di Marco Trovato 15 Luglio 2026
    Scritto da Marco Trovato

    Dopo oltre tre anni di conflitto, il Sudan è diviso, militarizzato e al centro di una competizione regionale e internazionale. Nessuna delle due parti è in grado di prevalere, mentre alleanze mobili, interessi economici e interferenze esterne alimentano una guerra destinata a durare. Ecco perché lo stallo militare rende la pace sempre più lontana

    di Marco Trovato – foto di Mads Nissen / Panos

    La guerra in Sudan è entrata nel suo quarto anno, ma continua a essere una delle crisi più dimenticate del pianeta. Eppure, secondo le Nazioni Unite, è oggi la più grave emergenza umanitaria al mondo: centinaia di migliaia di morti secondo diverse stime, oltre 15 milioni di sfollati e più di 30 milioni di persone che dipendono dagli aiuti umanitari per sopravvivere.

    Il conflitto è esploso nell’aprile 2023, dopo il fallimento della transizione democratica seguita alla caduta di Omar al-Bashir. A combattersi sono due ex alleati: il generale Abdel Fattah al-Burhan, comandante delle Forze armate sudanesi (Saf), e Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemetti, leader delle Forze di supporto rapido (Rsf), nate dall’evoluzione delle milizie janjaweed protagoniste delle campagne di violenza in Darfur.

    A oltre tre anni dall’inizio della guerra, però, appare sempre più evidente una realtà: nessuno dei due contendenti sembra in grado di ottenere una vittoria decisiva. E proprio questo equilibrio instabile rischia di prolungare il conflitto ancora a lungo.

    Un Paese diviso e conteso

    Oggi il Sudan è di fatto spezzato in due. Le Rsf controllano l’intero Darfur e vaste aree del Kordofan occidentale, dove hanno costruito strutture amministrative parallele e consolidato il controllo delle principali miniere d’oro. L’esercito mantiene invece la capitale Khartoum, il città porta strategica di Port Sudan, gli Stati orientali e gran parte del nord del Paese.

    Ma questa fotografia è soltanto provvisoria. Nessuno dei due schieramenti esercita un controllo assoluto. Città, strade e snodi logistici cambiano padrone nel giro di pochi giorni. Le linee del fronte vengono continuamente ridisegnate da offensive, contrattacchi e alleanze locali.

    Nelle ultime settimane le Rsf hanno intensificato la loro offensiva nel Darfur settentrionale, cercando di conquistare Daar Zaghawa, una delle ultime aree ancora fuori dal loro controllo. Sul fronte opposto, l’esercito ha riconquistato Kurmuk, nello Stato del Nilo Azzurro, interrompendo un’importante direttrice di rifornimento verso il sud-est del Paese.

    Intanto cresce la preoccupazione per El Obeid, nel Kordofan, città strategica assediata dai paramilitari e colpita da continui attacchi con droni. Le Nazioni Unite temono che possa ripetersi lo scenario già visto a El Fasher, dove un lungo assedio è culminato in una catastrofe umanitaria.

    Conflitto sempre più frammentato

    Pensare al conflitto come a uno scontro tra due eserciti monolitici sarebbe però un errore. Sia l’esercito sia i paramilitari combattono attraverso una complessa rete di alleanze con milizie tribali, movimenti ribelli e gruppi armati locali. Molti perseguono obiettivi propri, legati al controllo del territorio, delle risorse naturali o a rivalità etniche e storiche.

    In una base militare delle Forze armate sudanesi (Saf), un militare mostra un drone che, secondo i vertici dell’esercito, sarebbe stato prodotto in Cina, finanziato dagli Emirati Arabi Uniti e utilizzato dalle Forze di supporto rapido (Rsf) nella guerra civile in corso in Sudan. Mads Nissen/Panos Pictures

    Le Rsf hanno cercato di consolidare questo sistema creando nel 2025 l’alleanza politico-militare Tasis, che riunisce diversi gruppi armati contrari al governo, tra cui una fazione dello Spla-North guidata da Abdelaziz al-Hilu, radicata nei Monti Nuba e nel Nilo Azzurro. Grazie a queste intese i paramilitari hanno aperto nuovi fronti di guerra ben oltre il Darfur.

    Anche l’esercito, però, si affida a numerose milizie alleate. Del resto, il ricorso a forze irregolari è parte integrante della dottrina militare sudanese fin dai tempi di Omar al-Bashir, quando il regime utilizzava gruppi armati locali per combattere le insurrezioni nelle periferie del Paese. Paradossalmente, le stesse Rsf sono il prodotto di quella strategia: nate dalle milizie janjaweed, si sono trasformate in una potente forza paramilitare fino a ribellarsi all’esercito nell’aprile 2023.

    Il risultato è una guerra “a geometria variabile”, nella quale alleanze, rivalità e interessi cambiano continuamente, rendendo estremamente difficile qualsiasi processo negoziale.

    Una guerra per procura

    Nel frattempo il conflitto ha assunto una dimensione sempre più internazionale. Gli Emirati Arabi Uniti sono accusati da diversi rapporti delle Nazioni Unite e da numerose inchieste giornalistiche di sostenere le Rsf attraverso forniture militari e reti logistiche. Abu Dhabi ha sempre respinto le accuse, ma il suo interesse per l’oro del Darfur, il Mar Rosso e il Corno d’Africa è evidente.

    Sul fronte opposto, l’Egitto considera il Sudan fondamentale per la sicurezza del proprio confine meridionale e per gli equilibri legati alle acque del Nilo. Per questo continua a sostenere il governo di al-Burhan. Anche la Turchia mantiene rapporti privilegiati con Khartoum, mentre la Russia guarda soprattutto all’accesso alle miniere aurifere e al progetto di una base navale sul Mar Rosso.

    Gli Stati Uniti e la Cina seguono il conflitto con priorità differenti, ma condividono l’interesse a preservare la stabilità di una delle aree più strategiche del pianeta. Anche i Paesi confinanti giocano un ruolo decisivo.

    Secondo una recente inchiesta di Lighthouse Reports e Sudan War Monitor, la Libia orientale controllata dal generale Khalifa Haftar sarebbe diventata uno dei principali corridoi logistici delle Rsf, con campi di addestramento e flussi di armi, carburante e combattenti. Le accuse vengono respinte dagli alleati dei paramilitari.

    Il Ciad, che ospita oltre un milione di rifugiati sudanesi, viene accusato dall’esercito di essere una delle principali vie di rifornimento delle Rsf, mentre N’Djamena respinge ogni coinvolgimento.

    Sul fronte orientale crescono inoltre le tensioni con l’Etiopia: Khartoum accusa Addis Abeba di favorire le Rsf, mentre il governo etiope sostiene che il Sudan appoggi il Fronte di liberazione del popolo del Tigray.

    Il Sud Sudan, infine, pur cercando di mantenere una posizione di mediazione, dipende dagli oleodotti che attraversano il Sudan per esportare il proprio petrolio e ha quindi tutto l’interesse a evitare un collasso definitivo del vicino.

    L’economia alimenta il conflitto

    A rendere ancora più difficile una soluzione è il peso dell’economia di guerra. L’oro è oggi una delle principali fonti di finanziamento delle Rsf, mentre l’esercito controlla i principali porti, le istituzioni statali e parte delle infrastrutture energetiche.

    Entrambi dispongono quindi di risorse economiche sufficienti per continuare a combattere. Per questo l’Unione Europea ha recentemente rafforzato il proprio regime sanzionatorio vietando l’importazione di oro proveniente dal Sudan e l’esportazione di mercurio e cianuro, sostanze indispensabili per l’estrazione aurifera. Regno Unito e altri Paesi occidentali hanno inoltre colpito con sanzioni comandanti, finanziatori e intermediari di entrambi gli schieramenti.


    Malik Ahmed Tahir, 40 anni, tiene in braccio la figlia Aisha Tahir, 16 anni, gravemente malnutrita e ridotta a soli 21 chilogrammi, nel campo per sfollati di Goz Al-Salam, dove la famiglia è arrivata da poco. Mads Nissen/Panos Pictures

    I civili pagano il prezzo più alto

    Sul terreno continuano ad accumularsi le accuse di crimini di guerra. Le Nazioni Unite e la Corte penale internazionale ritengono di aver raccolto prove che collegano i vertici delle Rsf a massacri, stupri di massa, deportazioni e persecuzioni etniche nel Darfur, fino a ipotizzare atti di genocidio.

    Ma anche l’esercito è accusato da organismi internazionali di bombardamenti indiscriminati su aree civili, torture, detenzioni arbitrarie ed esecuzioni extragiudiziali. Le responsabilità, dunque, non riguardano una sola parte. A pagare il prezzo più alto sono soprattutto i civili, stretti tra assedi, fame, sfollamenti e un sistema umanitario ormai al collasso.

    A cambiare il volto del conflitto è anche il ricorso sempre più massiccio ai droni da parte di entrambi gli schieramenti. Se nei primi mesi della guerra venivano impiegati soprattutto per ricognizione, oggi sono diventati strumenti offensivi in grado di colpire obiettivi a centinaia di chilometri dalle linee del fronte. Depositi di carburante, ponti, centrali elettriche, aeroporti, mercati, ospedali e quartieri residenziali sono sempre più spesso bersagli di attacchi dall’alto.

    Questa evoluzione tecnologica ha ampliato il raggio d’azione della guerra, rendendo vulnerabili anche aree considerate relativamente sicure e complicando il ritorno della popolazione nelle città riconquistate. Ma, nonostante il cambiamento degli strumenti, le vittime restano sempre le stesse: i civili, colpiti nei luoghi della vita quotidiana, mentre infrastrutture essenziali vengono distrutte e l’accesso agli aiuti umanitari diventa ancora più difficile.

    Perché la pace appare lontana

    Lo stallo militare non è il preludio della pace, ma uno dei principali fattori che alimentano la guerra. Entrambi gli schieramenti continuano a ritenere possibile migliorare la propria posizione sul campo prima di sedersi a un tavolo negoziale. Allo stesso tempo, il sostegno economico, politico e militare fornito da attori regionali e internazionali riduce gli incentivi a un compromesso.

    Il Sudan è infatti molto più di un conflitto interno. È un crocevia strategico tra Sahel, Corno d’Africa e Mar Rosso; è ricco di oro, petrolio e terre fertili; controlla importanti rotte commerciali ed è attraversato dal Nilo. Attorno a questo mosaico si intrecciano gli interessi delle potenze del Golfo, delle grandi potenze globali e dei Paesi vicini.

    Finché questi interessi continueranno a convergere sul teatro sudanese, e finché nessuno dei contendenti subirà una sconfitta decisiva o sarà disposto a rinunciare alle proprie ambizioni, la guerra rischia di restare intrappolata in un equilibrio perverso: abbastanza violenta da impedire la pace, ma non abbastanza da produrre un vincitore. È questa, oggi, la vera ragione per cui il conflitto sembra destinato a continuare.

    foto di apertura (Mads Nissen/Panos Pictures): Un ufficiale dell’esercito sudanese (Saf) cammina nei pressi dell’hotel Corinthia di Khartoum, la cui facciata porta i segni dei pesanti combattimenti che hanno devastato la capitale del Sudan

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