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Edizione del 24/07/2026

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Rivista Africa
La rivista del continente vero
Tag:

cavalli

    CONTINENTE VERO

    Il popolo a cavallo: l’anima del Lesotho corre al galoppo

    di Tommaso Meo 27 Giugno 2026
    Scritto da Tommaso Meo

    di Teboho Mahao

    Nell’altopiano africano che vive “a cavallo del cielo”, le corse ippiche non sono un passatempo ma un rito collettivo. Dai pony basotho alle sfide di Semonkong, ogni gara è festa, orgoglio e memoria. Tra mantelli tradizionali, scommesse popolari e canti attorno ai fuochi, il popolo sotho celebra la propria storia al ritmo degli zoccoli

    Il primo sabato dopo il compleanno di re Letsie III, a Semonkong l’aria di montagna vibra di un’attesa speciale. A 2.200 metri d’altitudine, tra vallate brulle e il fragore della cascata Maletsunyane, la quiete dell’altopiano lascia spazio a un fremito che percorre ogni sentiero, ogni cortile, ogni stalla. È il giorno della corsa di cavalli, appuntamento che da decenni accende l’orgoglio e la passione del popolo sotho.

    La sera precedente il villaggio è già in fermento. Giovani fantini si aggirano tra le stradine sterrate con passo sicuro: alcuni avvolti nei tradizionali mantelli di lana pesante, altri in giacche di pelle e stivali consunti. Accarezzano cavalli bassi ma muscolosi, abituati a guadare fiumi e scalare montagne. «Il cavallo basotho è come noi: resistente, testardo, capace di vivere in condizioni dure», racconta un allevatore. Intorno ai falò si riuniscono famiglie e amici, condividendo carne di montone arrostita e birra di sorgo, tra canti e battiti di mani. La corsa non è solo sport, ma rito collettivo che rinsalda il tessuto comunitario.

    Un Paese a cavallo

    Il legame fra i basotho e i cavalli ha radici profonde. In gran parte dell’Africa gli equini hanno trovato terreno ostile, frenati da climi umidi e parassiti come la mosca tse-tse. Non così in Lesotho, regno montagnoso incastonato nel Sudafrica, interamente al di sopra dei mille metri di altitudine (unico Stato al mondo). Un altopiano aspro e bellissimo, dove i pendii si alternano a vallate brulle, i fiumi si trasformano in ostacoli quotidiani e i collegamenti stradali restano scarsi. Qui, più che altrove in Africa, il cavallo è stato per secoli un alleato indispensabile: mezzo di trasporto, aiuto nel lavoro dei campi e nel pascolo, simbolo di prestigio. Non a caso, lo stemma nazionale del Lesotho mostra uno scudo sotho sorretto da due destrieri: emblema della centralità del cavallo nella storia del regno.

    Fantini in attesa della corsa a Semonkong. Nei grandi eventi nazionali, la rivalità tra villaggi si infiamma e i cavallerizzi diventano eroi popolari Foto: John Wessels / Afp

    Gli allevatori hanno selezionato nel tempo una razza robusta e agile, il pony basotho. Nato dall’incrocio tra i cavalli giavanesi portati dai coloni e varie linee europee, questo animale è docile, instancabile e incredibilmente sicuro sui terreni accidentati. Non mette mai un piede in fallo, dicono i pastori. E in effetti basta osservare i cavalieri basotho – avvolti nelle tradizionali coperte di lana, con i larghi cappelli di paglia conica – mentre risalgono sentieri impervi, per capire quanto il cavallo sia diventato una naturale estensione del loro corpo. Per i pastori è uno strumento di vita: aiuta a condurre greggi e collega villaggi isolati. Un compagno indispensabile che viene celebrato con feste e corse.  

    Una festa di popolo

    All’alba della gara, le strade di Semonkong si riempiono. Donne avvolte in coperte variopinte, bambini eccitati, venditori ambulanti che offrono arachidi e stuzzichini. Dalle campagne arrivano cavalieri che hanno percorso chilometri per misurarsi o semplicemente assistere. L’aria è satura di odori – polvere, legna bruciata, carne alla brace – e di attesa. La corsa di Semonkong non è solo un evento sportivo: è un rito comunitario che rinsalda legami e ricorda il ruolo centrale del cavallo nella cultura basotho. In un Paese senza sbocchi sul mare, con territori montuosi e spesso inaccessibili, il cavallo è stato per secoli il principale mezzo di trasporto e ancora oggi resta indispensabile nelle aree rurali.
    Secondo stime del ministero dell’Agricoltura, in Lesotho vivono circa 100 mila cavalli, distribuiti in gran parte nelle zone montane. La corsa, organizzata in onore del Re, rappresenta dunque anche un tributo alla resilienza del Paese.  La pista è poco più di un rettilineo polveroso segnato da pietre e spettatori.

    Un fantino posa prima della gara. Grazie alla sua elevata altitudine media, che assicura un clima salutare per i cavalli, il Lesotho coltiva un legame unico con gli equini. Foto: Fredrik Lerneryd / Afp

    I fantini, perlopiù giovanissimi, controllano cavalli nervosi. Alcuni indossano caschi da moto, altri un cappellino qualunque. L’atmosfera nulla ha a che vedere con quella aristocratica degli ippodromi di Ascot o Longchamp. Qui non ci sono tribune eleganti né fantini professionisti. I protagonisti sono giovani mandriani di montagna, spesso poco più che adolescenti, che montano cavalli allevati in famiglia e allenati sui pascoli. L’equipaggiamento è rudimentale: qualcuno indossa caschi da moto riciclati, altri si affidano a cappellini logori o a semplici berretti di lana. L’attrezzatura è minima, la passione assoluta. La pista è un rettilineo polveroso alla periferia del villaggio, delimitato soltanto dalla folla che si stringe ai margini. Quando lo starter abbassa la bandiera bianca, per un istante cala il silenzio. Poi, lo scoppio di un boato: zoccoli che martellano la terra, polvere che avvolge, la folla che urla e corre lungo la pista.

    Onore e gloria

    È una sfida di muscoli e fiato, ma soprattutto d’orgoglio. Clan, famiglie e villaggi si contendono la gloria. È una competizione breve e intensa: poche centinaia di metri, ma decisive per l’onore dei villaggi. Al traguardo, il vincitore non ottiene solo un premio – denaro, talvolta bestiame – ma il rispetto e la venerazione dell’intera comunità. Sollevato sulle spalle, circondato da canti e danze, diventa eroe del giorno.  Quest’anno la vittoria è andata a un giovane fantino di 19 anni, Thabo Matsela, che ha raccontato: «Ho imparato a cavalcare da bambino. Vincere qui significa dare orgoglio al mio villaggio. È il sogno di ogni ragazzo che cresce con un cavallo».

    Oltre alle corse mensili, due eventi dominano il calendario ippico: il 17 luglio, in occasione del compleanno del sovrano, e il 4 ottobre, festa nazionale dell’indipendenza dal Regno Unito. In queste ricorrenze la radio nazionale trasmette in diretta le cronache delle gare, mentre migliaia di persone si riversano lungo i rettilinei polverosi per tifare i propri beniamini. L’aria rarefatta delle alture si riempie di elettricità. Attorno alle gare fiorisce anche un mondo di scommesse popolari. La gente risparmia per puntare somme modeste, sognando vincite che arrivano fino a mille loti (circa 50 euro). Per i fantini e i proprietari dei cavalli vincitori, i premi possono superare i 100 dollari, cifra significativa in un Paese dove il salario medio non supera i 600 euro al mese e la disoccupazione resta altissima. Ma non sono i soldi a muovere la passione. «Ho imparato a cavalcare prima di andare a scuola», racconta Thabo, diciannovenne fantino. «Quando corro, sento di onorare mio padre e mio nonno. Vincere significa dare orgoglio al mio villaggio». Dopo la corsa, la festa continua. Le colline si trasformano in un banchetto a cielo aperto: uomini e donne ballano al suono delle lekolulo, i flauti pastorali, e dei tamburi improvvisati. I bambini imitano cavalli e fantini, galoppando con bastoni di legno. Tra poesie improvvisate e leggende raccontate attorno al fuoco, si rinnova un senso profondo di appartenenza.

    Gli zoccoli alzano la polvere, la folla esplode in un boato e corre lungo l’ippodromo improvvisato. È una sfida di abilità, ma soprattutto di fierezza. Foto: Fredrik Lerneryd / Afp

    L’orgoglio dei Basotho

    Il cavallo, per i basotho, non è semplice animale. È memoria e futuro, strumento di lavoro e di mobilità, ma soprattutto simbolo di libertà. In un Paese senza sbocco al mare, fatto di montagne aspre e risorse limitate, rappresenta la capacità di superare confini e resistere con dignità. La passione ippica del Lesotho non è immune alle trasformazioni del presente. Le corse attirano turisti, fotografi, curiosi. Alcuni cavalli locali vengono incrociati con purosangue per aumentare velocità e competitività. Le stesse scommesse, seppur modeste, risentono dell’influenza dei modelli internazionali. Eppure lo spirito rimane autentico, lontano dall’élite elegante di Ascot o Longchamp: qui i fantini sono mandriani di montagna, e il pubblico è fatto di comunità rurali che riconoscono in ogni gara la propria storia. Quando il sole tramonta dietro le vette del Maloti e la polvere si posa, resta l’eco dei cori, il nitrire dei cavalli, i fuochi che ancora ardono. In quella polvere che si alza al galoppo, nel boato che accompagna lo sprint finale, nel vento che accarezza le creste, si riflette l’anima del Lesotho: un popolo che, a cavallo, ha imparato a vivere sospeso tra cielo e montagna.

    Le corse ippiche non sono soltanto tradizione. Negli ultimi anni, con l’arrivo dei turisti sudafricani e internazionali, l’allevamento del pony basotho ha trovato un nuovo mercato. Escursioni a cavallo, trekking organizzati e circuiti di ippoturismo stanno generando opportunità economiche che si affiancano alle pratiche tradizionali. Ma al di là del turismo e delle ricadute economiche, resta la dimensione più profonda: il cavallo come simbolo di libertà. In un Paese senza sbocchi sul mare, stretto tra montagne, povertà e vincoli geopolitici, cavalcare significa superare confini, sentirsi padroni del proprio destino. Ogni galoppata sulle alture del Maloti, rinnova questa consapevolezza. Il cavallo incarna l’identità di un intero popolo. Racconta la resilienza di una nazione, la fierezza dei suoi pastori, la capacità di trasformare un territorio duro in un palcoscenico di comunità e orgoglio. Perché in Lesotho, davvero, il cuore batte al ritmo degli zoccoli.

    Questo servizio è uscito sul numero 1/2026 della rivista Africa. Per acquistare una copia, clicca qui.

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