di Annamaria Gallone
Dal 8 al 14 settembre 2025 Roma ospita la prima edizione di Arene Decoloniali, festival di cinema e non solo ideato da Un Ponte Per. Un ricco programma di film, libri, mostre e reading per riflettere su colonialismi e memorie. Le prime giornate saranno dedicate a Pasolini, con una retrospettiva critica sul suo rapporto con Africa e Oriente.
Il mio caro augurio e tutte le mie congratulazioni alla prima edizione di un Festival che si distingue tra i tanti poiché si propone di coinvolgere attivamente il pubblico in un percorso di memoria collettiva e riflessione decoloniale, per porre domande urgenti sul nostro presente e sul ruolo delle immagini nella costruzione dell’immaginario culturale.
Il nome di questo Festival è molto esplicito: Arene Decoloniali ed è organizzato dalla Ong italiana Un Ponte Per, attiva in Asia sudoccidentale e Nord Africa da oltre 30 anni. Il Festival si svolgerà dall’8 all’14 settembre 2025 nel Parco della Torre di Tormarancia, a Roma. Se ne è già parlato diffusamente sulla rivista Africa e tutte le informazioni si possono trovare su https://unponteper.it/it/arene-decoloniali/ IG: @arene_decoloniali.
E prevista la proiezione di 10 tra film, documentari e cortometraggi provenienti da diversi contesti geografici, 6 presentazioni di libri, due mostre fotografiche e un reading bilingue arabo-italiano.
Uno spazio importante del Festival è dedicato al cinema e in particolare a uno sguardo critico su alcune opere cinematografiche di Pier Paolo Pasolini, di cui quest’annoricorre il cinquantesimo anniversario della scomparsa. Alla sua figura e al suo lavoro verrà quindi dedicata una retrospettiva nelle prime due giornate del festival, con un percorso critico attraverso alcune delle sue opere cinematografiche che esplorano il tema dell’alterità, con particolare attenzione al suo rapporto con l’Africa e l’Oriente. Come in tutte le sue opere il regista non si lascia suggestionare da un semplice esotismo, ma attraverso il suo “viaggio in Oriente”, interroga l’alterità e riflette sul proprio ruolo di autore europeo.
Voglio soffermarmi in particolare su questo autore, figura centrale del panorama culturale italiano ed europeo del Novecento, perché mi è carissimo: ho avuto la fortuna di conoscerlo personalmente e gli ho dedicato la mia tesi di laurea, su cinema e letteratura.
Il Festival ha selezionato due sue opere: Appunti per un’Orestiade africana (Italia, 1970, 65’)e Il fiore delle Mille e una notte (Italia, 1974, 129’).
Appunti per un’Orestiade africana è un film-saggio in forma di appunti visivi, in cui Pier Paolo Pasolini immagina una possibile trasposizione dell’Orestiade di Eschilo nell’Africa postcoloniale, intrecciando appunti visivi, musica e riflessioni politiche sul continente come spazio mitico e rivoluzionario. Girato in due tempi (dicembre 1968-febbraio 1969), l’aveva concepito come un sopralluogo per la produzione successiva, mai effettuata; in effetti è un taccuino di immagini in movimento, un documento importantissimo per l’antropologia dell’immagine. Per chi, come me, ha l’Africa nel cuore, seguirlo in Uganda e Tanzania e in seguito in Biafra, luoghi in cui ho vissuto, è ritrovare il mio stesso sguardo, le mie stesse emozioni, è stata un’esperienza straordinaria.

La seconda parte del documentario è dedicata a un dibattito/confronto con alcuni studenti africani della Sapienza di Roma sulle conseguenze del colonialismo e la terza è una jazz session eseguita da Yvonne Murray e Archie Savage al Folk Studio di Roma.
Pasolini amava la musica, anche se lui, scrittore, poeta, regista, non l’ha mai studiata e a più riprese ha espresso il suo rammarico per non essersi dedicato anche a questa musa.
I suoi “appunti” ci restituiscono l’immagine di un continente che stava faticosamente uscendo da secoli di colonialismo, un processo di metamorfosi dal mondo arcaico alla modernità. Particolarmente suggestiva la voce dell’autore che ci guida in questo straordinario itinerario visivo, politico e poetico al tempo stesso. Calato in specifiche ragioni umane e culturali, ci restituisce un’Africa autentica, mai pittoresca o folcloristica, ma misteriosa, poetica e amata con lo stesso sentimento provato per le borgate romane.
Dacia Maraini, coproduttrice del film e carissima amica di Pasolini, commenta: Pier Paolo rappresentava l’incontro con un mondo arcaico, ingenuo e incontaminato, completamente diverso dall’Africa di oggi, devastata da guerre e malattie. Era una società pacifica e misteriosa, un continente straordinario e remoto, ancora intimamente legato alla natura, “lontano millenni”». La Rai, pur avendolo prodotto, lo censurò e lo programmò solo dopo la morte del regista.
Il fiore delle Mille e una notte è l’ultimo capitolo della Trilogia Ispirato ai racconti orientali, quello che mi ha più incantato, il più “puro” in assoluto, un’opera di approdo che sembra riassumere tutta la sua poetica, la ricerca di sé stesso attraverso gli altri, dell’amore assoluto, sensuale eppure pudico, mistico, privo di inibizioni borghesi legate al cattolicesimo. Si perde la trama perché le storie si intrecciano, ma hanno in comune la ricerca di una natura arcaica che l’Occidente ha contaminato per sempre.

Volti meravigliosi nelle loro imperfezioni, rughe o porcellana, persone che interpretano il loro ruolo come un gioco di bambini. Girato in arabo e italiano, le frasi in arabo hanno, secondo il regista, uno spiccato accento salentino. Poesia, ma anche ironia, come nel personaggio grottesco di Aziz, il demone, interpretato dal suo autore feticcio, Franco Citti.
Pasolini commenta, con una certa amarezza: “Poi ho fatto questo gruppo che io chiamo ‘trilogia della vita’, cioè i film sulla fisicità umana e sul sesso. Questi film sono abbastanza facili, e io li ho fatti per opporre al presente consumistico un passato recentissimo dove il corpo umano e i rapporti umani erano ancora reali, benché arcaici, benché preistorici, benché rozzi, però tuttavia erano reali, e opponevano questa realtà all’irrealtà della civiltà consumistica. Ma anche questi film sono stati in un certo senso superati, resi vecchi dalla tolleranza della civiltà dei consumi”.
Il film, censurato, portato in tribunale, poi dimenticato, è stato un flop nelle sale, ma un capolavoro assoluto della cinematografia universale.




