Nel Nord del Mozambico le armi non tacciono

di claudia
cabo delgado

di Enrico Casale

Dal 2017 la provincia di Cabo Delgado, nel nord del Mozambico, è teatro di un conflitto brutale che ha causato migliaia di morti e oltre un milione di sfollati. Dietro le armi, si nasconde una lotta per il controllo di gas, ricchezze e potere politico.

Dal 2017 la provincia di Cabo Delgado vive un conflitto sanguinoso che ha provocato migliaia di morti e oltre un milione di sfollati. L’insurrezione, nata all’improvviso in un’area povera e dimenticata, ha travolto villaggi e famiglie, diffondendosi anche nelle vicine province di Nampula e Niassa.

I gruppi armati di matrice islamica, noti localmente come al-Shabab (da non confondere con l’omonimo gruppo somalo), hanno giurato fedeltà allo Stato islamico e sono riconosciuti come la Provincia dello Stato islamico in Mozambico. Secondo il ricercatore Peter Bofin, dal primo attacco del 5 ottobre 2017 nel distretto di Mocímboa da Praia si contano oltre 6.000 vittime, di cui almeno 2.600 civili. Negli ultimi anni, di fronte alla crescente presenza dei militari mozambicani e di quelli ruandesi, i miliziani hanno cambiato strategia. Stop agli attacchi su larga scala, si sono organizzati in piccole cellule mobili difficili da intercettare. «Questo consente loro di muoversi su gran parte della provincia, mettendo sotto pressione le forze di sicurezza», spiega Bofin. Nonostante il numero dei combattenti sia sceso a meno di 400 dai circa 2.000 del 2021, gli attacchi restano frequenti e violenti.

«Periodicamente ci sono tentativi di attraversare il fiume tra Nampula e Cabo Delgado – racconta padre Filippo, missionario nella diocesi di Nacala -. I militari ruandesi e mozambicani riescono a contenere i jihadisti, ma non a fermarli. Gli attacchi continuano e la popolazione vive nella paura».

Padre Davide, un altro missionario presente nel Nord del Paese da quasi vent’anni, ricorda l’arrivo di migliaia di sfollati: «Molti venivano da Cabo Delgado, scappavano a piedi o su camion improvvisati. Abbiamo accolto tredicimila persone a Napula. Donne incinte, bambini affamati, feriti. Cercavano solo un posto dove sopravvivere».

Le radici del conflitto affondano in una miscela di estremismo religioso e povertà estrema. Giovani senza lavoro vengono facilmente reclutati con promesse di soldi e gloria. «All’inizio erano stranieri – spiega Filippo –. Ora sono perlopiù mozambicani, ragazzi senza futuro che si lasciano abbindolare. Attaccano villaggi indifesi, bruciano case, decapitano contadini. È una violenza cieca contro i più poveri».

Dietro la guerra, però, ci sono anche enormi interessi economici. Nella provincia di Cabo Delgado le multinazionali sfruttano le risorse (petrolio, gas, rubini, legname pregiato), ma la popolazione resta esclusa. La povertà dilaga e diventa terra di coltura dei jihadisti. Anche l’intervento dell’esercito ruandese, che pure ha contribuito a ridurre l’offensiva jihadista, nasconde interessi non chiari. «Nessuno sa qual è il vero interesse del Ruanda in quest’area. Si teme che anch’essi vogliano sfruttare le ricchezze locali – osserva padre Filippo -. La gente è stanca, vive tra la paura e la miseria. Nonostante tutto, resta aggrappata alla speranza che un giorno il silenzio delle armi possa davvero tornare».

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