L’isola del non arrivo, di Marco Aime

di Matteo Merletto
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L’isola del titolo – in un voluto pendant con la “Porta del non ritorno” di Ouidah in Benin – è Lampedusa. L’autore, antropologo, ci è andato per una ricerca sul campo, ricavandone un libro scorrevole e forte. Il suo mestiere gli è servito “dietro le quinte”, per scrivere un reportage nel quale cuce assieme le voci dei tanti che ha incontrato, dai preti che si sono avvicendati nella parrocchia («l’istituzione più vicina ai bisogni delle persone») ai ragazzi “anni Settanta” di un collettivo, dal dottor Bartolo e dal sindaco Martello a giovani volontarie, oltre che a pescatori e altre persone del luogo. Perché l’intento non era di “studiare” i migranti, ma come si trasforma una comunità – già di per sé particolare per le sue origini (relativamente recenti: metà Ottocento) e per la sua collocazione geografica – che si trova a essere “Porta d’Europa” per migliaia e migliaia di africani da oltre un quarto di secolo.

L’isola, si ricorderà, è stata anche ufficialmente candidata al Nobel per la Pace 2014. Ma quella che Aime scopre è una realtà complessa. Impossibile incorniciare questa gente nel cliché di “popolazione accogliente”. Anzitutto per sue dinamiche interne a prescindere dal fenomeno immigrazione: c’è una sorta di ossessione per la “lampedusanità” che non arretra («Anche chi vive qui da quarant’anni è comunque forestiero») e poi anche qui vige l’individualismo retaggio della nostra società, che si rivela anche nella difficoltà a gestire insieme e con lungimiranza il boom del turismo (il flusso peraltro non è mai diminuito, se non in momenti particolari). E poi… come dappertutto, nessuno è uguale all’altro.

Don Mimmo sostiene che «è nell’indole della gente di mare essere aperti ai passaggi», e a modo loro lo confermano i pescatori: «A mare devi fare questo [salvare]; poi a terra se vuoi essere razzista, fallo, ma a mare no». Dall’altra parte c’è chi minimizza: «Quale accoglienza facciamo noi?… C’è solo gente di buona volontà… Noi abbiamo soccorso dei profughi, l’accoglienza è un’altra cosa».

Rimane poi nelle memorie la crisi del 2011, quando l’isola si ritrovò diecimila tunisini, ivi bloccati dalla scelta politica del ministro dell’Interno Maroni che per un periodo giocò al tanto peggio tanto meglio. Crisi che ebbe anche l’effetto di riattizzare antiche rivalità coi tunisini per questioni di pesca. E tutt’oggi anche i ”buoni” fanno una distinzione tra i “dirimpettai” e i subsahariani, confronto che va a netto vantaggio di questi ultimi.

«Lampedusa non è il paradiso – conclude l’autore – e a pensare i lampedusani tutti buoni si compie lo stesso peccato che si commette a giudicare tutti gli stranieri cattivi, o buoni. Forse a Lampedusa non ci sono eroi. Ci sono molte persone per bene».

Il libro, composto da tanti brevi capitoli, è uscito all’indomani delle elezioni di marzo. A giugno è nato il governo che sappiamo. Abbiamo chiesto a Marco Aime un “capitolo” di aggiornamento. Eccolo: «Si è arrivati a un cinismo, nei confronti degli immigrati, assolutamente strumentale. Il continuo parlarne, l’atteggiarsi da “duro” del ministro Salvini, serve a non affrontare i problemi reali del Paese. Cinismo reso ancor più odioso dai toni arroganti e sprezzanti da lui usati, dal suo atteggiarsi a bullo con i più deboli, dal definire “pacchia” mesi, anni di sofferenze. Il tutto, con tono quasi scanzonato, come parlando di calcio al bar. Ma quel che più spaventa è il grande, crescente consenso che questa linea va riscuotendo: tra quegli “italiani brava gente” che per decenni si sono cullati nel mito della bontà dimenticando, peraltro, un ventennio di dittatura con tanto di leggi razziali. Almeno, prima, essere buoni era considerato un valore. Ora no. Meglio passare per cattivi». Lampedusa è lontana.

Bollati Boringhieri, 2018, pp. 154, € 15,00

(Pier Maria Mazzola)

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