di Enrico Casale
La Libia è oggi un Paese diviso e instabile, dove clan rivali e potenze straniere si contendono potere e risorse.
Ne abbiamo parlato con Arturo Varvelli, Senior Policy Fellow e responsabile della sede romana dell’European Council on Foreign Relations.
Un Paese spaccato e in preda a lotte di potere, dietro le quali si nascondono interessi nazionali e internazionali. Questa è la Libia attuale secondo la ricostruzione di Arturo Varvelli, Senior Policy Fellow e responsabile della sede romana dell’European Council on Foreign Relations.
“Il Paese rimane diviso in due – osserva Varvelli –. Da una parte abbiamo la Cirenaica, guidata dal clan Haftar. Il generale Khalifa Haftar rimane importante ma, data anche l’anzianità, sta lasciando sempre più spazio ai due figli Elseddik e Saddam. Dall’altra parte c’è la Tripolitania di Abdul Hamid Dbeibah, che guida il governo riconosciuto dalla comunità internazionale e dall’Onu. Cadute le divisioni legate a diverse vedute ideologiche (Fratellanza musulmana contro una visione conservatrice dell’Islam), ora la Libia è in preda a una guerra di tutti contro tutti, nella quale a prevalere sono ormai gli interessi di parte. Anche due istituzioni come la Banca centrale e la Noc (National Oil Corporation, la compagnia petrolifera nazionale), che per anni erano state rispettate e considerate zone franche e neutrali, oggi sono al centro di appetiti incrociati e hanno perso la loro autonomia”.
In questo contesto si infiltrano gli interessi internazionali. Russia e Turchia svolgono ruoli di primo piano nella politica interna libica. Meno influenti rispetto al passato, invece, gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto, oggi assorbiti da altre priorità interne e internazionali.

“La Russia – spiega Varvelli – ha forti interessi militari. Secondo un recente studio avrebbe almeno quattro basi. Mosca intende la propria presenza militare, da un lato, come una possibile spina nel fianco e minaccia teorica verso nord, dall’altro, come un hub che le permette una penetrazione strategica verso sud: il Sahel, ma anche l’Africa subsahariana”.
Più complesso il ruolo di Ankara. “La Turchia – continua – ha sempre sostenuto il governo di Tripoli. Attualmente, però, pur mantenendo solido il rapporto con la Tripolitania, ha aperto ad Haftar e al suo clan in Cirenaica. Lo ha fatto utilizzando la questione della spartizione delle acque marittime che vede coinvolte, oltre a Libia e Turchia, anche Grecia, Egitto e Cipro. Dietro c’è il lucroso business delle esplorazioni e dello sfruttamento dei giacimenti offshore nel Mediterraneo. I turchi, però, giocano a 360 gradi, con forti interessi non solo in campo economico ma anche nell’influenza politica, militare e culturale. Non dimentichiamo che Ankara ha un rapporto storico con la Libia, che ha dominato per secoli”.
Il quadro è quindi quello di una lotta di tutti contro tutti. Un confronto aperto nel quale non ci sono più ideologie a scontrarsi, ma interessi. Allora tutto vale: le alleanze si stringono, poi si rompono, si aprono a nuove convergenze.
In questo tourbillon libico anche l’Italia cerca di giocare un proprio ruolo. Nell’agenda del governo di Roma, la Libia riveste un posto importante. Il Paese nordafricano è strategico per il contenimento dell’immigrazione, per l’approvvigionamento di idrocarburi e per la ricostruzione. L’Italia, però, sembra giocare quasi da sola.
“L’Europa – osserva Varvelli – è poco attenta al dossier libico. Giorgia Meloni, da tempo, sta cercando di riportarlo al centro del dibattito. Ne ha parlato anche recentemente con il presidente Emmanuel Macron. Però è poco seguita. Inoltre, davanti a sé, si confronta con protagonisti di grande rilievo come, appunto, la Russia e la Turchia. Non è un ruolo facile”.



