Libia | Perché Haftar non ha firmato

di Pier Maria Mazzola
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In questo video, immagini mute, quasi spettrali, raccolte martedì a Salah al-Din, una delle aree meridionali di Tripoli che fu particolarmente colpita dall’artiglieria lo scorso mese di ottobre, nel tentativo di Khalifa Haftar di impossessarsi della città.

Mentre si aspetta che il generale della Cirenaica ora accetti di firmare il cessate il fuoco – già siglato da Fayez al-Sarraj, capo del governo di Tripoli, riconosciuto dalle Nazioni Unite – e così arrivare con qualche certezza in più alla conferenza di Berlino di domenica prossima, nelle ultime ore non si segnalano comunque azioni militari.

Intanto, con un’intervista esclusiva concessa all’Agenzia Nova, il presidente della Camera dei rappresentanti libici, il Parlamento monocamerale riconosciuto dalla comunità internazionale che si riunisce a Tobruk e a Bengasi, ha chiarito i motivi della mancata firma dell’accordo di Mosca da parte di Haftar. «Siamo andati in Russia in buona fede – ha detto ieri Aguila Saleh –. Ma il documento che ci è stato proposto includeva diversi punti che non potevamo accettare. Siamo rimasti sorpresi anche dalla partecipazione dei ministri degli Esteri e della Difesa della Turchia (rispettivamente Mevlut Cavusoglu e Hulusi Akar), che sono chiaramente dei nostri nemici. Abbiamo naturalmente rifiutato qualsiasi cosa la Turchia abbia cercato di imporci».

«Gli altri articoli respinti – ha sottolineato Saleh, che parlava dal Cairo, di ritorno da Mosca – includono la creazione di una linea di contatto (tra i due fronti) con il cessate il fuoco senza un tempo prestabilito, nonché l’esistenza di missioni internazionali per monitorare il cessate il fuoco e l’iniziativa turca. Siamo andati a Mosca per l’iniziativa russa, non per quella turca».

Quanto alla proroga di 48 ore voluta da Haftar, giustificata da una necessaria consultazione «con le tribù», una fonte interna dell’Esercito nazionale libico – citata dall’agenzia russa Sputnik e riportata in Italia sempre da Nova – ha affermato che «non ci sono stati incontri con le tribù, in quanto i notabili hanno già delegato il comando generale dell’Esercito nazionale libico per quanto riguarda le attività militari».

E mentre Erdogan minaccia di «dare una lezione» ad Haftar, non pare insomma che si stia andando a Berlino proprio con le migliori delle disposizioni.

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