Una delle “lezioni” lasciate dalla pandemia di Covid-19 è ancora molto ben evidente in Africa. Così come il blocco delle catene di valore aveva avuto pesanti ricadute sulla disponibilità di generi di prima necessità e componenti di vario tipo, anche sui vaccini il continente aveva subito pesantemente le cosiddette “gerarchie globali”: nel momento di maggiore necessità, la solidarietà aveva lasciato rapidamente il posto alla capacità di spesa e ai dollari che ciascuno aveva in tasca per poter pagare le forniture di vaccini, e l’Africa era stata di fatto dimenticata dal resto del mondo, e dall’Occidente in particolare. Ultimi della fila, senza possibilità di appello.
A fronte di queste lezioni, il continente africano ha spinto con più decisione negli ultimi anni l’implementazione dell’Area di libero scambio (AfCFTA) che nelle intenzioni dei suoi ideatori dovrebbe consentire di aumentare gli scambi di beni e il movimento di persone da un Paese africano all’altro. E sul fronte sanitario ha maturato la consapevolezza di doversi attrezzare per non dipendere da altri.
Proprio con questo spirito, il Sudafrica ha lanciato un nuovo fondo destinato ai Paesi a basso e medio reddito e pensato per far fronte a future pandemie ed emergenze sanitarie. Il fondo, sostenuto dal dipartimento della Salute sudafricano in collaborazione con l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), dalla Fao e dall’Unicef, sarà ospitato dalla Banca Mondiale e fungerà da meccanismo di finanziamento per sostenere la preparazione e la risposta pandemica nei contesti più vulnerabili.

“Con questo progetto il Sudafrica riafferma la propria leadership e l’impegno per rafforzare la resilienza dei sistemi sanitari”, si legge nella nota diffusa dal dipartimento della Salute.
L’evento di lancio, a Pretoria, ha incluso discorsi istituzionali da parte di leader nazionali e globali, la presentazione della strategia attuativa sudafricana e un dibattito sulla preparazione alle pandemie. Hanno partecipato rappresentanti dei ministeri della Salute, dell’Agricoltura e dell’Ambiente, insieme a delegati delle agenzie sanitarie internazionali e della società civile.
L’iniziativa, hanno notato diversi osservatori, si fonda proprio sulle lezioni apprese dal Sudafrica durante le recenti crisi sanitarie. Il Paese è stato tra i primi colpiti dalla pandemia di Covid-19, registrando il primo caso a marzo 2020 e affrontando diverse ondate, comprese quelle dovute alle varianti Beta e Omicron.
Nonostante le difficoltà – tra cui ospedali sovraffollati e forti pressioni economiche – il Sudafrica ha sviluppato sistemi di gestione delle emergenze sanitarie e ha dato un contributo rilevante alla ricerca globale, in particolare nella sorveglianza genomica e nello sviluppo dei vaccini.
Durante la pandemia, l’Africa intera ha dimostrato una grande resilienza ma ha pagato caro in termini di sviluppo sociale ed economico, subendo in maniera sproporzionata una crisi globale maturata oltre i suoi confini. Ha inoltre toccato con mano la debolezza dei propri sistemi sanitari e le pronte chiusure alzate dai Paesi più ricchi quando si è trattato della condivisione dei farmaci.
Il nuovo meccanismo ha un peso simbolicamente importante se confrontato con il crescente allontanamento della comunità internazionale dai progetti di cooperazione. Quando sono ancora da quantificare gli effetti della sospensione dei progetti di Usaid – una delle prime misure messe in atto da Donald Trump durante il suo secondo mandato alla presidenza degli Stati Uniti – le notizie che adesso arrivano dal Sudafrica suonano come una riscossa del sistema di solidarietà internazionale.



