La donna che salva i ghepardi

di Diego Fiore
Laurie Marker
Tempo di lettura stimato: 2 minuti

Laurie Marker si batte per proteggere gli animali terrestri più veloci del pianeta. «Non c’è tempo da perdere – ammonisce –. Per colpa dell’uomo questi straordinari animali stanno correndo verso l’annientamento»

Laurie Marker è una zoologa statunitense, la maggiore esperta di ghepardi al mondo. Donna di grande carattere, si è data uno scopo nella vita: salvare dall’estinzione i mammiferi più veloci del pianeta. La vocazione per questa missione l’ha scoperta per caso. Nel 1977, quando aveva appena 16 anni e la necessità di pagarsi gli studi, Laurie trovò un lavoretto in un parco faunistico dove fece l’incontro che le ha cambiato per sempre la vita: con un cucciolo di ghepardo. «Fu amore a prima vista», confida. Da quel giorno non ha più smesso di prendersi cura di questi animali. Nel 1990 si è trasferita in Namibia – dove vivono circa un quarto degli esemplari selvatici rimasti al mondo – e ha fondato il Cheetah Conservation Fund (CCF), un’organizzazione senza fine di lucro che opera per la ricerca e la conservazione di questi felini. Conosciuti per la loro velocità, i ghepardi possono raggiungere in una manciata di secondi i 110 km/h (come una Ferrari). Ma lo spazio dove correre è sempre di meno: l’uomo ha occupato il 92% del loro habitat naturale con strade, villaggi, piantagioni e allevamenti. Oggi, poi, i ghepardi sono tra le prede più ambite dai bracconieri. Gli esemplari adulti vengono cacciati per la loro pelliccia, che vale una fortuna, mentre i cuccioli vengono rapiti e rivenduti come “animali domestici da compagnia” alle monarchie del Golfo Persico, che sono disposte a pagare fino a ventimila dollari per un piccolo. Un tempo tra l’Africa all’Asia c’erano più di centomila ghepardi; oggi ne restano circa settemila esemplari concentrati in aree protette di sei Paesi africani. In Namibia, a Otjiwarongo, dove ha sede il Cheetah Conservation Fund, c’è un rifugio per ghepardi orfani o feriti e una riserva selvatica usata per la reintroduzione graduale degli animali, prima della liberazione definitiva in natura. C’è anche un polo di ricerca, un ambulatorio veterinario, un laboratorio, un centro educativo, un museo e uno spazio per ospitare i volontari provenienti da tutto il mondo. «C’è bisogno dell’aiuto di tutti – ammonisce la zoologa –. Se non ci diamo da fare subito con una seria politica conservativa, il ghepardo si estinguerà nell’arco di pochi decenni. E saremo tutti più poveri».

(Diego Fiore)

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