Il conflitto dei droni in Sudan: metodi nuovi stesse vittime civili

di Tommaso Meo

di Valentina Giulia Milani

La guerra a distanza ridisegna il conflitto sudanese. Gli attacchi sempre più lontani dal fronte allargano la violenza e colpiscono in modo crescente la popolazione civile

Il bilancio provvisorio delle recenti incursioni con droni nella regione del Kordofan ha evidenziato con forza la crescente centralità della guerra “a distanza” nel conflitto sudanese. Secondo l’ong sudanese Emergency Lawyers e fonti mediche locali citate dal quotidiano Al-Rakoba, un attacco su un mercato nell’area di Al-Safiya avrebbe causato almeno 28 morti e decine di feriti, mentre un raid su un riparo per sfollati ad Al-Sunut avrebbe provocato ulteriori vittime, portando il totale dei due episodi a circa 59 morti, tra cui donne e bambini. Sulle stesse giornate l’Ufficio dell’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha parlato di oltre 50 civili uccisi in attacchi con droni in diverse aree del Sudan centro-meridionale.

Il conflitto, iniziato nell’aprile 2023 tra le Forze armate sudanesi (Saf) e le Forze di supporto rapido (Rsf), ha già provocato decine di migliaia di morti e circa 13 milioni tra sfollati interni e rifugiati nei Paesi vicini, secondo le Nazioni Unite. In questo contesto, l’uso dei droni si è progressivamente trasformato in una componente strutturale delle operazioni militari di entrambe le parti.

Un’inchiesta pubblicata da Al Jazeera il 3 febbraio con titolo “Drone warfare in Sudan: Tracking 1,000 aerial attacks since April 2023” documenta attraverso analisi open source, geolocalizzazione di immagini e confronto con banche dati indipendenti oltre mille attacchi aerei dall’inizio della guerra, molti dei quali condotti con velivoli senza pilota. Secondo l’inchiesta, l’intensificazione dell’uso dei droni a partire dal 2024 ha consentito di colpire depositi, infrastrutture strategiche, aeroporti e obiettivi in aree urbane lontane dalle linee di combattimento terrestri, ampliando la geografia delle ostilità.

Le ragioni di questo ricorso crescente sono di natura tattica ed economica. Come osservato da Al Jazeera e da analisti citati dall’Associated Press, i droni permettono di effettuare attacchi mirati riducendo l’esposizione diretta dei combattenti e i rischi per piloti e truppe sul terreno. Inoltre, rispetto all’aviazione tradizionale, molti sistemi a pilotaggio remoto – inclusi droni commerciali modificati per il rilascio di ordigni – comportano costi inferiori e una maggiore flessibilità operativa. Questa combinazione di costo relativamente contenuto, facilità di impiego e capacità di colpire a distanza rende i droni uno strumento adatto a un conflitto prolungato e frammentato come quello sudanese.

Secondo l’inchiesta di Al Jazeera, tra i sistemi utilizzati figurerebbero anche droni a media autonomia e capacità di carico, inclusi modelli attribuiti alla famiglia iraniana Mohajer, sulla base dell’analisi di immagini di relitti e materiali circolati online. L’inchiesta precisa tuttavia che tali attribuzioni si fondano su evidenze open source e non risultano confermate da dichiarazioni ufficiali delle autorità sudanesi. Parallelamente, entrambe le parti avrebbero fatto ricorso a droni commerciali adattati per scopi militari, una pratica che abbassa ulteriormente la soglia tecnologica di accesso.

I dati dell’Armed Conflict Location & Event Data Project (Acled), citati da media regionali come The New Arab, indicano un aumento significativo degli attacchi aerei e con droni nel corso del 2025 e nei primi mesi del 2026, in particolare nel Kordofan. L’espansione dell’uso dei velivoli senza pilota ha avuto conseguenze dirette non solo sul campo militare ma anche sul tessuto civile: mercati, scuole, infrastrutture sanitarie e convogli umanitari sono stati colpiti in diversi episodi documentati.

Le conseguenze sono molteplici. Sul piano umanitario, organizzazioni come Medici senza frontiere hanno segnalato un aumento di ferite compatibili con esplosioni di droni in aree residenziali, con traumi complessi e un impatto significativo su strutture sanitarie già sotto pressione. Sul piano strategico, l’uso dei droni rende più fluido e meno prevedibile il teatro di guerra, estendendo il rischio a città e aree precedentemente considerate relativamente sicure. Sul piano giuridico, la difficoltà di attribuire con certezza ogni attacco complica l’accertamento delle responsabilità e il rispetto del diritto internazionale umanitario, come sottolineato dall’Ufficio dell’Alto commissario Onu per i diritti umani.

Nel complesso, la guerra dei droni in Sudan rappresenta una trasformazione strutturale del conflitto: riduce i costi operativi per i belligeranti, amplia il raggio d’azione delle operazioni e, al tempo stesso, aumenta l’esposizione dei civili a colpi improvvisi e difficilmente prevedibili. In assenza di un meccanismo di monitoraggio pienamente efficace e condiviso, questa evoluzione tecnologica rischia di consolidare una dimensione opaca e persistente della guerra, mentre il bilancio umano continua ad aggravarsi secondo le stime disponibili.

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