I buoni mariti vanno a scuola

di Diego Fiore
Sierra Leone
Tempo di lettura stimato: 3 minuti

In Sierra Leone, dove lo stupro è stato dichiarato «emergenza nazionale», gli uomini vanno a lezione alla The Husband School. Per imparare come si rispetta una moglie

La lezione oggi si svolge sotto una tettoia. Siamo in un remoto villaggio della Sierra Leone. Seduti sotto la lamiera, una ventina di uomini ascoltano l’appassionato discorso di Pidia Joseph Allieu, 39 anni, fondatore della “Scuola per Mariti”: un’associazione creata con l’obiettivo di combattere, attraverso un approfondito e meticoloso processo culturale, la violenza di genere nel piccolo Paese dell’Africa occidentale.

«Secondo voi, se vostra moglie, la sera, quando torna a casa dopo un’intera giornata di lavoro, non vuole avere un rapporto sessuale, è giusto rispettarla o deve concedersi lo stesso?», chiede Pidia all’uditorio composto dai mariti che lo circondano. La risposta unanime è un corale «deve comunque fare l’amore con suo marito!». L’insegnante pare non scomporsi e passa a un’altra domanda: «Voi pensate che marito e moglie abbiano gli stessi diritti all’interno della famiglia?». Anche in questo caso la risposta dei presenti è corale: «No!». È uno dei momenti del documentario The Husband School, realizzato dal regista Sam Liebmann e prodotto da Al Jazeera.

Problema culturale

Una scena impattante, che colpisce per la sua potenza e che mette subito in evidenza i retaggi culturali di una società profondamente maschilista, in cui il ruolo della donna, nel pubblico ma soprattutto nel contesto domestico, è subordinato a quello del marito. Una sequenza che introduce nella realtà di un Paese dove la violenza sulle donne è una piaga endemica.

Lo stesso presidente della Sierra Leone Julius Maada Bio ha definito lo stupro «un’emergenza nazionale». La violenza nei confronti delle donne è un’eredità della guerra civile (1991-2002), durante la quale si registrarono oltre duecentomila casi di abusi. Oggi nessuno conta gli stupri perché nessuno li denuncia: fanno parte della quotidianità in ambito domestico. È a motivo di questa piaga che Pidia Joseph Allieu ha scelto di votarsi alla lotta a questo tipo di violenza. «Il problema è sotto gli occhi di tutti. Ed è anzitutto un problema culturale. Per questo ho deciso di tenere lezioni nelle zone rurali, durante le quali stimolo gli uomini a riflettere sulle loro convinzioni e sui loro comportamenti. L’obiettivo? Mettere in discussione prassi connaturate nel pensiero e nel comportamento comune».

Boom di richieste

Il progetto è stato avviato nel 2012: oggi sono attive cinque scuole per mariti in varie parti del Paese. «Siamo aiutati da autorità locali, enti religiosi e piccole ong – chiarisce Pidia –. Purtroppo i finanziamenti arrivano a singhiozzo… In ogni caso proseguiamo le lezioni».

Sotto la tettoia di lamiera, il fondatore della scuola incalza: «Chi si sveglia all’alba e torna a casa la sera tardi e dopo aver lavorato tutto il giorno pulisce la casa e cucina il pasto? Il marito o la moglie?». Tutti: «La moglie». E poi: «Chi si occupa dei bambini? Il marito o la moglie?». La risposta arriva di nuovo immediata e scontata: «La moglie». Dopo altre domande a cui segue una sola risposta, Pidia inizia a far riflettere gli astanti sul fatto che non c’è nessuna ragione per cui le donne debbano essere subordinate agli uomini e che sono proprio le figure femminili a provvedere alla struttura domestica e a mantenere il nucleo familiare.

«È un lavoro difficile e dall’esito tutt’altro che scontato – confida Pidia –. Basti pensare che alcuni degli uomini che vengono alle lezioni non sono mai andati a scuola in vita loro ed è la prima volta che si approcciano a un contesto didattico». La partecipazione alle lezioni (che si tengono una volta la settimana per sei mesi) è volontaria. E il successo dell’iniziativa si misura dall’aumento esponenziale delle domande di adesione alimentate dal passaparola. «La condizione delle donne resta critica, ma abbiamo iniziato a migliorare le cose, e intendiamo proseguire».

(di Daniele Bellocchio)

articolo tratto dal numero 3/2020 di Africa, per acquistare il numero visita l’eshop della Rivista Africa

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