PROMIS LE CIEL di ERIGE SEHIRI (Tunisia)
26 marzo | Cineteca Milano Arlecchino | 21:00
Ha aperto la sezione Un Certain Regard al Festival di Cannes 2025 e racconta con grande delicatezza la vita quotidiana di tre donne provenienti dall’Africa subsahariana che vivono a Tunisi in condizioni precarie ma solidali. Il loro modesto appartamento è sì rifugio, ma anche teatro di ansie, lotte e speranze. La casa di Marie funge da rifugio dove si intrecciano fede e sopravvivenza. Lei è una pasteure evangelica ivoriana e ex-giornalista stabilitasi da anni a Tunisi. Offre rifugio e aiuto ad altri migranti in difficoltà. Naney è una giovane madre che ha abbandonato sua figlia in Costa d’Avorio per cercare un futuro migliore. Si trova bloccata a Tunisi, con pochi strumenti legali e lavorativi, vivendo di piccoli espedienti. Jolie è una studentessa ambiziosa che studia all’università e rappresenta le speranze della sua famiglia rimasta in patria.
Kenza è una bambina di circa quattro anni, sopravvissuta a un naufragio di migranti nel Mediterraneo, affidata a Marie. La sua presenza ha un ruolo emotivo centrale nel film. La convivenza, inizialmente semplice, si complica con l’arrivo della bimba: ognuna delle donne si confronta con le proprie paure, i propri desideri e limiti. In un contesto sociale ostile — caratterizzato da politiche migratorie sempre più dure, razzismo e precarietà amministrativa — il loro equilibrio è costantemente minacciato. Il film esplora così la vita quotidiana di queste donne, tra momenti di leggerezza (risate, musica, feste) e la tensione sociale che incombe (persecuzioni, blocchi amministrativi, razzismo).
Uno sguardo documentario e poetico allo stesso tempo. La regia è sobria, attenta ai dettagli quotidiani, ai gesti, ai silenzi e alle relazioni umane, più che alle grandi svolte narrative. È un cinema di sguardo, di ascolto e di presenza umana, più che di spettacolo. Le tematiche toccate sono importanti: migrazione femminile, solidarietà e maternità, ostracismo sociale e legale, spiritualità e speranza.
Promis le ciel è un film intimo e potente, un’opera che usa il dramma personale per raccontare questioni sociali globali. Il titolo è il primo, fondamentale simbolo. Il cielo non è una meta geografica, ma un’idea: promessa di protezione, di futuro, di redenzione. È ciò che si intravede, ma non si tocca mai. La promessa non è l’Europa, né un luogo preciso: è l’illusione di una sospensione del dolore.
Sehiri rovescia così il mito del viaggio migratorio come percorso verso la luce: il cielo resta alto, distante, quasi indifferente. La promessa è ciò che permette di resistere, non ciò che viene mantenuto. Il film suggerisce che la vera patria non è un territorio, ma una relazione.
La maternità condivisa: contro il mito della madre sacrificata Naney è madre a distanza, Marie diventa madre per scelta e per necessità, Kenza è figlia senza genealogia certa. Il corpo femminile diventa il vero confine: più dei documenti, più delle frontiere. In questo senso, Promis le ciel parla della migrazione come esperienza incarnata, non astratta. Il simbolismo qui è quasi politico: il corpo è il luogo dove il potere si esercita quotidianamente.
Non c’è una vera evoluzione narrativa classica. Il tempo del film è circolare, fatto di attese, ripetizioni, piccoli scarti. Eppure, qualcosa resta: la possibilità di stare insieme, anche solo per un momento. Ed è lì, in quella resistenza minima e condivisa, che il film trova il suo gesto più radicale.
In Promis le ciel, Erige Sehiri prosegue il suo lavoro sul reale trasformandolo in una materia cinematografica porosa, attraversata da corpi, silenzi e tempi sospesi. Ambientato a Tunisi, il film segue le vite di alcune donne migranti subsahariane che abitano uno spazio fragile e provvisorio, un interno domestico che diventa rifugio, chiesa laica e zona di resistenza quotidiana.
Lontano da ogni retorica dell’urgenza o dello spettacolo del dolore, Sehiri costruisce un cinema dell’attenzione: la macchina da presa resta all’altezza dei gesti minimi, delle attese, dei legami che si formano per necessità e scelta. La migrazione non è mai rappresentata come evento eccezionale, ma come condizione permanente, fatta di sospensioni e micro-negoziazioni con un mondo esterno ostile.
ERIGE SEHIRI è nata il 1 agosto 1982 a Lione, in Francia, da una famiglia di origine tunisina, ed è cresciuta a Vénissieux, nella periferia di Lione. Suo padre è un elettricista e sua madre è responsabile di una cucina. Erige frequenta l’unico cinema del quartiere. Dopo aver conseguito il diploma di maturità, si trasferisce in Nord America per formarsi nel cinema. A causa dei costi impara l’inglese l’inglese a San Francisco ed Economia a Montreal mantenendosi con piccolo lavoro. Ritorna poi in Europa, trova lavoro in una banca in Lussemburgo. Quando scoppiò la rivoluzione tunisina del 2011, andò a Tunisi. Ha girato il suo primo cortometraggio lo stesso anno Le Facebook de mon père, uscito nel 2012. Dopo una serie di documentari, nel 2018, le viene proposto un lungometraggio, La Voie normale, dedicato al lavoro nelle ferrovie. È uscito nelle sale tunisine nel 2019, poi nelle sale francesi nel 2020. Nel 2022 è Il frutto della tarda estate, primo lungometraggio di finzione, presentato in anteprima mondiale al Festival di Cannes 2022 nella sezione della Quinzaine des Réalisateurs. Viene selezionato dalla Tunisia per la corsa agli Oscar per il film straniero. Ora Il cielo promesso.



