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QUADERNI AFRICANI

Blog a cura di Amistades – www.amistades.info

    QUADERNI AFRICANI

    Kenya, la danza classica come forma di terapia e riscatto

    di claudia 21 Dicembre 2024
    Scritto da claudia

    di Valentina Geraci – Centro studi AMIStaDeS APS

    La danza classica, spesso vista come un’arte elitaria e tradizionalmente associata alla cultura occidentale, sta vivendo una trasformazione significativa a livello globale. In Kenya, il progetto Dancing Smiles rompe gli stereotipi, valorizzando la narrazione africana e offrendo a giovani in situazioni di vulnerabilità uno strumento potente per un riscatto personale e collettivo. Al centro di questa iniziativa c’è Renata Bonasera, fondatrice di Dancing Smiles. L’abbiamo incontrata al suo rientro dal Kenya per capire meglio le sfide e l’impatto del suo progetto.

    Renata Bonasera, insegnante professionista, è tornata recentemente dal Kenya, dove ha partecipato alla Giornata internazionale dell’Infanzia e dell’adolescenza nella città di Nairobi: un evento che ha offerto anche una visione di ciò che sta accadendo a livello sociale e culturale in una delle metropoli africane più grandi e complesse.

    A capo di Dancing Smiles, Associazione di promozione sociale che immagina e mette in piedi laboratori di danza classica e moderna per bambini in contesti svantaggiati, sia in Italia che in alcuni paesi africani, Renata ha condiviso con noi la sua esperienza e il significato profondo della danza classica: “Non portiamo un’arte estranea, ma dialoghiamo con tradizioni già vive. La danza classica non è un’eredità esclusiva dell’Occidente e le sue radici trovano eco nella fisicità, nei racconti e nell’estetica di tanti Paesi africani”.

    Annualmente, Renata si reca in Kenya e opera con giovani di Nairobi e dei dintorni, in particolare nelle case gestite da Amani, luoghi di accoglienza per bambini e adolescenti che hanno vissuto l’abbandono, la violenza e la povertà estrema. Qui, la danza diventa uno strumento di guarigione collettiva. “Molti di questi giovani portano cicatrici profonde, non solo fisiche ma emotive” spiega Renata. “La danza li aiuta a ritrovare fiducia, disciplina e rispetto per se stessi. Non è una questione di tecniche, ma di costruzione di identità.”

    Attraverso i laboratori, i ragazzi imparano i movimenti della danza classica, ma anche il valore del lavoro di gruppo e dell’autodisciplina. “La danza richiede una cura del corpo e della mente che si traduce in un senso di dignità. Questi ragazzi capiscono che possono essere protagonisti, che possono costruire qualcosa di bello con il proprio impegno” ci racconta Renata.

    Dalla nostra chiacchierata emerge, come punto centrale delle sue attività, far conoscere ai giovani con cui collabora le storie di ballerini del loro stesso Paese o di altri Paesi africani che hanno rotto barriere e pregiudizi nel mondo della danza classica. “È importante che vedano persone che assomigliano a loro, che ce l’hanno fatta” spiega Renata. Tra gli esempi presentati durante i suoi ultimi laboratori ci sono Misty Copeland, la prima ballerina afroamericana dell’American Ballet Theatre, e Daniel Owoseni Ajala, fondatore della Leap of Dance Academy in Nigeria, dove la danza classica è utilizzata per giovani in contesti difficili. In Sudafrica, scuole di danza classica stanno fondendo discipline classiche e tradizioni locali, dimostrando che la danza può essere reinterpretata senza perdere autenticità. “Questi racconti non solo ispirano i ragazzi, ma li aiutano a comprendere che la danza non è un mondo che esclude l’Africa: è uno spazio dove possono eccellere”.

    In questi giorni in Kenya, nei pressi di Nairobi, uno dei momenti più significativi del lavoro di Dancing Smiles è stato con le adolescenti di Kivuli, Tone La Maji e Casa di Anita. Ragazze e ragazzi tra i 14 e i 17 anni, molti dei quali portano sulle spalle un passato di violenze e abbandoni, hanno inizialmente mostrato diffidenza verso l’idea della danza classica.

    “Non è facile convincere qualcuno che ha sofferto tanto a lasciarsi andare, a fidarsi. All’inizio, c’era molta chiusura” racconta Renata. Ma passo dopo passo, le ragazze e i ragazzi hanno trovato nella danza uno spazio sicuro per esprimersi. Insieme, hanno progettato i costumi, collaborato con sarte locali e preparato una performance per la Giornata Internazionale dell’infanzia e dell’adolescenza. “Vederli emozionati e fieri di quello che avevano creato è stato incredibile. Non era solo danza: era il segno che si sentivano di nuovo capaci, visti, importanti”.

    Per tutta l’intervista Renata è ferma su un punto: “La danza classica richiede rigore. Non siamo qui per fare volontariato superficiale. Lavoriamo con serietà, perché questi giovani meritano professionalità, non carità.” Questo approccio è stato riconosciuto a livello internazionale. Lo scorso aprile, Renata è stata nominata dalla Royal Academy of Dance di Londra per il Premio Promozione dell’Uguaglianza, della Diversità e dell’Inclusione nella Danza: un traguardo che testimonia come il suo impegno sia stato capace di unire qualità artistica e inclusione sociale.

    Padre Renato Kizito Sesana, missionario e ispiratore di Amani, presente nel corso di queste settimane, sottolinea il significato profondo della danza classica in questo contesto. Per Renata, la danza classica è una metafora potente. “Ogni posizione e ogni salto sono un messaggio: possiamo farcela, possiamo riscrivere la nostra narrativa. E la narrativa africana è una storia di protagonisti, non di vittime.”

    Progetti come Dancing Smiles dimostrano che la danza non è mai neutrale: è un linguaggio capace di costruire legami, abbattere stereotipi e disegnare un futuro dove ognuno si riconosca come forza creativa e culturale.

    Nelle sale di Nairobi, sotto gli occhi di un pubblico emozionato, i giovani non hanno solo mostrato i passi e le coreografie appresi, ma hanno scoperto qualcosa di più profondo: che la danza è un linguaggio universale, capace di abbattere barriere culturali e di raccontare emozioni e storie senza bisogno di parole. In questo spazio di espressione, i giovani coinvolti hanno trovato un modo per comunicare, esplorare la propria identità e costruire nuovi legami autentici tra loro e con gli altri. La speranza di Renata, che resta in contatto costante con queste realtà e che annualmente ritorna in Kenya, è quella di continuare a investire in queste iniziative, rafforzando la collaborazione con le realtà locali per dare voce e visibilità a questi giovani talenti.

    Ci salutiamo così, con la convinzione che, passo dopo passo, questi giovani troveranno sempre più opportunità di esprimersi e crescere, contribuendo attivamente a un panorama culturale in continua evoluzione.

    Credit Foto: Koinonia Community

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