Cambiamento climatico e conflitti nel Sahel: da causa diretta a moltiplicatore di minacce

di claudia
mercenari

di Andrea Stucchi  Centro studi AMIStaDeS

Negli ultimi anni molte voci autorevoli e numerose pubblicazioni hanno diffuso l’idea che il cambiamento climatico abbia un legame con lo scoppio dei conflitti armati. Ma questa connessione lineare resiste davvero ai fatti?

In un discorso alle Nazioni Unite del 2012, l’allora Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati Antonio Guterres ha affermato che «I paesi del Sahel sono tra le principali vittime degli effetti sempre più rapidi dei cambiamenti climatici. […] La povertà e il sottosviluppo, aggravati dalla desertificazione e dagli effetti dei cambiamenti climatici, vengono sfruttati da ideologie basate sull’etnicità o sull’estremismo religioso». Negli ultimi anni, diverse figure di spicco, e numerose pubblicazioni1, hanno alimentato una retorica che collega direttamente gli effetti del cambiamento climatico con i conflitti armati. Ma è davvero così?

La teoria che lega cambiamento climatico e conflitto è particolarmente popolare quando si parla del Sahel, dove gli effetti negativi dei cambiamenti climatici coesistono con il peggioramento della situazione della sicurezza, portando molti a pensare che l’aumento delle temperature e l’intensificarsi degli eventi climatici estremi, combinati con alcuni dei tassi di crescita demografica più elevati al mondo, rendano più difficile l’accesso al cibo e ad altre risorse, generando così tensioni e conflitti.

Un ragionamento simile è basato sull’assunto che la crescita demografica, aumentando la domanda, e il degrado ambientale, riducendo l’offerta di risorse, siano i principali fattori scatenanti dei conflitti. In questa visione, il cambiamento climatico viene considerato una causa diretta di violenza, mentre si trascurano le motivazioni politiche, economiche e sociali che spesso ne sono il vero nucleo. Questo non significa che il clima non giochi un ruolo: la sua influenza esiste, ma non può essere considerata né principale né esclusiva. Anzi, interpretare in modo errato il legame tra cambiamento climatico, scarsità di risorse e conflitti può avere conseguenze concrete: ha già portato a politiche inefficaci, compromettendo gli sforzi volti a ridurre l’insicurezza e a stabilizzare la regione.

Anche i governi locali contribuiscono ad alimentare questo discorso poiché, attribuendo le cause del conflitto a fenomeni fuori dal loro controllo, possono deresponsabilizzare loro stessi e puntare il dito contro i paesi industrializzati che hanno contribuito maggiormente al surriscaldamento globale, col fine ultimo di attrarre donazioni e investimenti da parte di questi stessi paesi. Tuttavia, la questione sembra essere più complessa.

Secondo i dati dell’Intercontinental Panel for Climate Change (IPCC), nella regione saheliana, le temperature medie sono aumentate tra gli 0,5 e 0,8 gradi tra il 1970 e il 2010. Le proiezioni indicano che l’incremento potrebbe raggiungere circa 2 gradi entro il 2040, un ritmo circa una volta e mezzo superiore rispetto alla media globale. Tuttavia, le previsioni variano sensibilmente da Paese a Paese: in Niger, ad esempio, l’aumento delle temperature appare leggermente inferiore alla media mondiale. Sul fronte delle precipitazioni, dopo decenni di valori bassi – in particolare dagli anni ’60 fino alla fine del XX secolo – e di prolungati periodi di siccità, negli ultimi anni si è osservata una ripresa delle piogge, che ha contribuito a un parziale recupero delle superfici boschive. Come altrove, però, le precipitazioni si manifestano oggi con maggiore variabilità, accompagnate da un aumento degli eventi meteorologici estremi, come le inondazioni. Il quadro, per quanto negativo, non sembra essere più grave rispetto ad altre aree del globo, ma i paesi del Sahel rimangono tra i meno resistenti agli effetti del cambiamento climatico.

Pur riconoscendo che il cambiamento climatico possa minacciare alcune risorse fondamentali come acqua, cibo e terreno, il nodo centrale sembra risiedere non nella quantità di risorse disponibili di per sé quanto piuttosto nella distribuzione e nell’accesso a queste ultime. Storicamente, lo strumento principale con cui le popolazioni locali gestivano l’accesso alle risorse scarse nei periodi in cui le condizioni climatiche erano particolarmente avverse, come durante periodi prolungati di siccità, era rappresentato dalle migrazioni. Le comunità di pastori nomadi della zona semi-arida al confine col deserto, come i Fulani del Mali centrale, si spostavano stagionalmente verso sud in cerca di terreni adatti al pascolo, mentre gli agricoltori si dirigevano verso le città o ancora più a sud. Questi equilibri tradizionali furono radicalmente trasformati dalle amministrazioni coloniali, che introdussero politiche economiche orientate all’export di prodotti agricoli, incoraggiando pratiche sedentarie basate sull’agricoltura e a scapito dei modelli tradizionali. Dopo l’indipendenza, queste proseguirono lungo la stessa traiettoria, cristallizzando i confini tracciati dagli europei e contribuendo alla marginalizzazione delle popolazioni nomadi, colpite duramente dalla lunga siccità degli anni ’70 e ’80.

Ancora oggi le economie della regione saheliana sono fortemente dipendenti dall’agricoltura, che impiega oltre il 70% della forza lavoro, incidendo sul PIL per valori compresi tra il 18% in Burkina Faso e il 34% in Niger. Le soluzioni politiche volte a prevenire l’aumento dell’insicurezza alimentare, almeno fino ad ora, si sono rivelate piuttosto inefficaci, proprio a causa del diffuso pregiudizio nella comprensione del legame tra cambiamenti climatici e insicurezza. Molti sforzi volti ad aumentare la disponibilità dell’acqua, e quindi la produzione agricola (come la costruzione di dighe lungo il corso del fiume Niger in Mali) hanno spinto molte persone a migrare da altre regioni verso le nuove terre fertili. Tuttavia, l’arrivo di persone migranti non è sempre accolto positivamente dalle comunità locali. In Burkina Faso, la creazione di riserve naturali e aree protette per prevenire il continuo declino della biodiversità è stata condotta con la forza, ignorando i mezzi di sussistenza delle popolazioni locali e ricorrendo a espulsioni forzate. Il risentimento antigovernativo sviluppato da queste comunità si è trasformato in rivolte, successivamente sfruttate dai gruppi terroristici come Jamaʿat Nuṣrat al-Islām wa-l muslimīn (JNIM) che, nel tentativo di allinearsi alle richieste popolari, hanno iniziato a prendere di mira le forze di sicurezza e i servizi forestali. Dove lo Stato è assente, le organizzazioni terroristiche guadagnano consensi, poiché in grado di trasformare la legittima richiesta di protezione delle comunità emarginate in contesti di violenza politica.

Nel 2024, l’Institute for Security Studies ha pubblicato i risultati di uno studio condotto nella regione del Tillabéri in Niger e del Fada-Ngourma in Burkina Faso attraverso interviste ai diversi attori locali: agricoltori, pastori, cacciatori, agro-pastori, sfollati interni e attori istituzionali (servizi governativi, organizzazioni internazionali e non governative, autorità religiose e tradizionali). Lo studio ha confermato che in queste aree, la competizione tra i diversi gruppi dovuta alla scarsità di risorse e alla bassa produttività agricola, se non adeguatamente regolata, può sfociare in conflitti. Tra i fattori che vengono citati come potenziali cause di conflitto, ci sono “la transumanza precoce del bestiame, […] lo sgombero e lo sviluppo delle aree di pascolo da parte degli agricoltori, […] l’appropriazione privata dei punti d’acqua e il monopolio delle aree pastorali da parte di grandi proprietari terrieri, operatori dell’agroalimentare, concessionari di caccia e società minerarie”. Tutti fattori che derivano dalla mancanza di un’autorità regolatoria più che dal cambiamento climatico.

La violenza intercomunitaria, soprattutto sotto forma di conflitti tra agricoltori e pastori, è aumentata drasticamente negli ultimi anni. Tra il 2010 e il 2020 sono stati registrati oltre 15.000 decessi legati a questo tipo di violenza. Contrariamente a quanto si pensa comunemente, tuttavia, ciò non è direttamente dovuto al cambiamento climatico, ma a una serie di dinamiche politiche e sociali che le organizzazioni terroristiche hanno saputo comprendere e sfruttare per perseguire i propri obiettivi. L’incapacità di comprendere questa tendenza porta alla formulazione di strategie, sia da parte dei governi locali che dei loro partner internazionali, che non solo sono inefficaci, ma rischiano di esacerbare ulteriormente la violenza politica. Possiamo affermare che il cambiamento climatico, più che causa diretta di conflitti, agisce da “threat multiplier”, ossia moltiplicatori di minacce, soprattutto sulla dimensione locale del conflitto, negli episodi di violenza intercomunitaria.

Per quanto la situazione sia grave e lontana dall’essere risolta, nel corso degli anni sono state introdotte alcune contromisure che tengano conto delle relazioni tra i diversi gruppi sociali. Un esempio virtuoso è la farmer-managed natural regeneration (FMNR), che consiste nel piantare alberi nelle aree coltivate al fine di migliorare la fertilità del suolo e, di conseguenza, la produttività. E le strategie delle organizzazioni internazionali che operano sul territorio sembrano finalmente andare nella direzione giusta. Proprio il segretario generale dell’ONU Antonio Guterres ha rimarcato la necessità di approfondire la relazione tra “clima, pace e sicurezza” per portare a soluzioni politiche adeguate attraverso il Climate Security Mechanism.

Anche gli stessi governi di Mali, Niger e Burkina Faso, dopo i colpi di stato militari avvenuti tra il 2020 e il 2023, hanno intrapreso un percorso di integrazione reciproca, come sancito dalla creazione della Confederazione degli Stati del Sahel (AES) con un forte accento sulla dimensione agricola. Proprio lo scorso settembre, a Bamako è stata annunciata la volontà di istituire una politica agricola comune, mentre a luglio era stata annunciata la creazione dell’Alleanza dei Produttore di Sementi Agricole del Sahel. Queste iniziative potrebbero avere un impatto positivo sulla sicurezza alimentare e sulla sovranità agricola dei tre paesi, ma saranno davvero efficaci se terranno conto delle ripercussioni a livello comunitario e dei bisogni climatici del Sahel.

1 https://www.nupi.no/content/pdf_preview/21435/file/NUPI_Report_4_2020_deConingKrampe.pdf;

https://www.icrc.org/en/document/mali-niger-climate-change-and-conflict-make-explosive-mix-sahel;

https://www.lemonde.fr/afrique/article/2019/04/11/changement-climatique-et-pression-demographique-terreau-de-la-violence-au-sahel_5448954_3212.html;

https://www.unccd.int/resources/publications/desertification-invisible-frontline-second-edition

Condividi

Altre letture correlate: