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Edizione del 21/09/2026

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Rivista Africa
La rivista del continente vero
Autore

Tommaso Meo

Tommaso Meo

    FOCUS

    Telecamere e potere: l’Africa nell’era del controllo digitale

    di Tommaso Meo 21 Marzo 2026
    Scritto da Tommaso Meo

    di Stefano Pancera

    Interessati a controllare il dissenso tanto quanto a dare risposte alla richiesta di maggiore sicurezza, governi e autorità africani stanno investendo miliardi in sistemi avanzati di sorveglianza, spesso forniti da aziende cinesi, senza leggi chiare sulla raccolta e l’uso dei dati

    Nelle strade congestionate di Lagos, tra clacson, venditori ambulanti e maxischermi pubblicitari, nessuno nota più davvero gli occhi di vetro appesi ai pali della luce. Sono telecamere “intelligenti”, collegate a centri di comando che promettono sicurezza, fluidità del traffico, modernità. In realtà, almeno in parte, fanno un altro lavoro: riconoscono volti, seguono targhe, ricostruiscono spostamenti.

    Un investimento da due miliardi di dollari

    Secondo un nuovo Rapporto Ids/African Digital Rights, pubblicato a marzo 2026, almeno 11 Paesi (Nigeria, Mauritius, Kenya, Algeria, Egitto, Ruanda, Uganda, Zambia, Senegal, Mozambico e Zimbabwe) hanno già speso almeno 2 miliardi di dollari per acquistare da aziende cinesi tecnologie di sorveglianza urbana abilitate all’intelligenza artificiale. Si tratta soprattutto di telecamere con riconoscimento facciale e sistemi di tracciamento delle auto. Il tutto senza che esistano, nella maggior parte dei casi, leggi su come quei dati possono essere raccolti, archiviati, utilizzati. 

    In molti di questi Paesi, le telecamere sarebbero state installate proprio dove le autorità temono di più il dissenso: nei quartieri dove si concentrano opposizioni politiche in Mozambico, nelle aree urbane considerate sensibili in Zimbabwe, negli snodi delle proteste giovanili in Kenya. La Nigeria è il laboratorio più avanzato di questa trasformazione: il rapporto calcola che Abuja abbia investito circa 470 milioni di dollari per dotarsi di 10.000 videocamere. Subito dopo, c’è Mauritius, che ha speso 456 milioni di dollari per un’infrastruttura di videosorveglianza capillare, e poi il Kenya, con 219 milioni di dollari utilizzati per costruire una rete che ridisegna in silenzio la governance dello spazio pubblico di Nairobi. 

    Il modello cinese

    Sebbene anche altri Paesi, tra cui Corea del Sud, Israele e Stati Uniti, forniscano all’Africa queste tecnologie, la grande maggioranza proviene da aziende cinesi. A rendere la loro offerta più allettante è il fatto che i sistemi di sorveglianza cinesi – spinti da prestiti agevolati – hanno la forma di pacchetti integrati, che includono l’infrastruttura, i software, la formazione e la manutenzione: opzioni che molti Paesi africani percepiscono come economicamente accessibili, a differenza di soluzioni occidentali più costose. Già nel 2023, l’Institute of Development Studies stimava che i governi africani spendessero complessivamente circa un miliardo di dollari l’anno per tecnologie di sorveglianza digitale sempre con la Cina come principale fornitore. 

    In questo quadro, parlare solo di «penetrazione cinese» può essere comodo ma è fuorviante o quantomeno incompleto. Queste tecnologie non sono imposte con la forza, ma vengono scelte da governi africani che le cercano, le negoziano e le utilizzano anche per rafforzare il proprio controllo sulla società. In altri termini, il modello cinese arriva perché trova terreno fertile. In Kenya, ad esempio, le infrastrutture di sorveglianza urbana, molte delle quali fornite da Huawei, sono state utilizzate nel contesto delle proteste guidate dalla Generazione Z contro il governo. In Uganda, gli attivisti denunciano da anni l’uso della tecnologia Huawei per intercettare comunicazioni e monitorare oppositori. 

    In un contesto di città cresciute troppo in fretta, reti di trasporto congestionate, criminalità urbana difficile da contenere, forze di polizia sotto organico, i sistemi di riconoscimento vengono presentati come strumenti di gestione razionale del rischio, garanzia di stabilità e sicurezza agli investitori. Per alcuni leader, rifiutare questi pacchetti significherebbe condannare le proprie città a restare caotiche e insicure. Nello stesso tempo, mancano però leggi effettive sulla protezione dei dati, autorità indipendenti in grado di controllare l’operato delle forze di sicurezza, meccanismi che garantiscano l’uso di queste tecnologie a fini strettamente necessari. «La vera sfida non è semplicemente se la sorveglianza sia regolamentata, ma come le società negozieranno l’equilibrio tra sicurezza, responsabilità e libertà civili una volta che queste tecnologie saranno profondamente istituzionalizzate», ha commentato Bulelani Jili, professore alla Georgetown University. 

    Il costo politico di un futuro sotto osservazione

    Se è necessario uscire dalla retorica del «continente ingenuo colonizzato dalla tecnologia cinese», lo è altrettanto non assolvere le élite africane che scelgono consapevolmente questa strada. La domanda di sorveglianza nasce in Africa, ma il modo senza regole in cui viene soddisfatta rischia di avere un costo politico e sociale altissimo. Tony Roberts, ricercatore indipendente sui diritti digitali e co-autore del rapporto, ha dichiarato: «La sorveglianza digitale dei terroristi e dei criminali più gravi può essere giustificata nell’interesse pubblico, ma l’installazione di migliaia di telecamere a circuito chiuso intelligenti per la sorveglianza di massa di tutti i cittadini – sospettati di nessun crimine – viola importanti diritti umani». 

    Parole che pesano non tanto perché gli africani siano ridotti a spettatori senza voce, ma soprattutto perché le scelte delle élite che li governano legano il futuro delle città a un ecosistema tecnologico e politico di un potere che osserva molto e ascolta poco.

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