Ikire Jones, l’alta moda incontra i migranti

di Stefania Ragusa

Il giovane uomo che vedete nella foto d’apertura, bello ed elegante, si chiama Ousmane  Pa Manneh, vive in Italia, viene dal Gambia e di mestiere non fa il modello. E’ un richiedente asilo. Walé Oyéjidé, fondatore e ideatore del brand di moda maschile Ikire Jones, lo ha scelto insieme ad altri migranti per mettere fotograficamente in scena la sua ultima collezione. E come location ha voluto le architetture barocche e rinascimentali di Venezia, Roma e Firenze.
«Questa collezione si intitola After Migration», spiega. «E’ incominciata negli Stati Uniti ma vuole toccare idealmente tutto il mondo, raccontando le storie di migranti, rifugiati e richiedenti asilo. La prima tappa all’estero è stata l’Italia. Ci è sembrato naturale chiedere ai protagonisti  di  queste storie di indossare gli abiti. Li abbiamo pagati come avremmo fatto con dei professionisti. Il risultato dimostra che la distinzione tra un migrante e un modello professionista non ha un fondamento per così dire “ontologico”. Se un migrante può “funzionare” come modello di fascia alta, può ragionevolmente contribuire a ogni segmento della nostra società. A condizione, ovviamente, che gliene si dia l’opportunità».
I modelli hanno un nome, una storia, delle cose da dire. Ousmane Pa Manneh, per esempio, si lascia andare a una riflessione lucida e amara: ««Non importa quanto splendidamente siamo vestiti, siamo considerati una minaccia. Questo è il modo in cui alcuni di loro ci vedranno sempre». Loro siamo ovviamente noi: gli italiani bianchi ospitanti.

Gitteh

Gitteh invece è originario della Guinea ed è arrivato col barcone, attraverso un viaggio terribile. E per esorcizzare ricordi e dolori,  parla volentieri dei suoi piatti preferiti e della cucina guineana. Perché il cibo può essere un ponte tra i luoghi e tra passato e presente.

Prima di scegliere la moda, Walé Oyéjidé – origini nigeriane e passaporto americano – è stato cantante afrobeat e avvocato. Il passaggio è avvenuto sotto il segno della cultura e dell’impegno: «Il design per me è un mezzo per dare forma e spessore alle storie di forza, perseveranza e bellezza della diaspora africana». Rispetto all’Italia dice: «Come visitatore occasionale, non sono nella condizione di valutare se il razzismo stia aumentando. Ma so con certezza che ci sono sempre stati, e probabilmente ci saranno sempre, segmenti di popolazione molto ignoranti. Il problema può essere affrontato in vari modi. Da artista e narratore, io ho scelto di farlo attraverso le storie sfumate di chi arriva in questa nazione così densa di fascino e heritage. I nostri outfit possono diventare una lente attraverso cui guardare i migranti e finalmente umanizzarli agli occhi di chi non sa cogliere il loro valore e il loro potenziale».

Come si diceva, After Migration è un progetto itinerante. In programma c’è ancora un’altra tappa italiana. «La prossima primavera saremo in Sicilia e, in quell’occasione, fotograferemo insieme migranti e autoctoni. Siamo determinati a raccontare storie di speranza e mixité, per sostituire quelle tragiche che continuano a raccontarci».

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