Esiste giustizia sulla Terra? Se lo chiede il primo film ruandese nella storia del Festival di Cannes

di Tommaso Meo

di Annamaria Gallone

Può esserci giustizia? Questa la domanda centrale di Ben’Imana, il primo film del Ruanda nella storia del Festival di Cannes, girato interamente in lingua kinyarwanda, in cartellone a Un Certain Regard, che segna il debutto di Marie-Clémentine Dusabejamb. La pellicola ha ottenuto un trionfo straordinario vincendo la Caméra d’Or (il premio per la miglior opera prima).

L’azione si svolge nel 2012 nel distretto di Kibeho durante uno dei tradizionali processi nell’ambito del programma nazionale Rwanditude, i cosiddetti Gacaca, dove si giustappongono pubblicamente le proprie ragioni, ovvero le personali ricostruzioni dei fatti, con la finalità di riconciliare il Paese dopo il genocidio del 1994, che ha fatto almeno mezzo milione di vittime prevalentemente di etnia Tutsi.

Durante uno di questi processi all’aperto, un uomo di nome Karangwa, si professa colpevole dell’omicidio dei fratelli di Vénéranda. La donna lavora per organizzare incontri tra le vittime e le famiglie dei carnefici, credendo fermamente nella possibilità di guarigione: «Qui, tra noi, potete piangere, urlare, siete libere di esprimervi». Ma questa liberazione della parola è tutt’altro che semplice quando sono stati commessi atti terribili su cui si è chiuso un occhio, o quando il ricordo acuto delle sofferenze alimenta la follia e la sete di vendetta. 

Vénéranda dice di voler perdonare Karangwa, ma la decisione fa infuriare sua sorella Suzanne secondo cui la donna non ha «il diritto di perdonare a nome della nostra famiglia». Suzanne, affetta da Aids, è stata stuprata e ha avuto il marito e il figlio di tre mesi assassinati in quel villaggio che nel corso di una notte di sangue «è diventato un cimitero». Vénéranda sostiene che «il perdono è la chiave», ma questa ragione di vita è messa a dura prova quando si accorge che sua figlia adolescente, Tina è incinta. La ragazza viene espulsa da scuola, pur potendo sostenere da privatista gli esami per l’ammissione all’università. Non bastasse, Vénéranda detesta il padre del nascituro, Richard, evidentemente a causa delle sue origini Hutu.

È attorno a questo principio narrativo che la regista ha scritto una sceneggiatura particolarmente ben congegnata nella sua alternanza tra le scene del tribunale popolare, le riunioni di donne nella speranza di liberare la parola, e le dinamiche della sfera familiare del trio Veneranda-Suzanne-Tina .

Memoria storica, impegno civile, riflessione sul perdono, riconciliazione esibita ma problematizzata, nonché scrittura, regia e, per la massima parte, interpreti femminili, l’opera prima di Dusabejambo, di forte impatto emotivo, non si esaurisce nello stare dalla parte giusta, ma incentiva un supplemento di indagine, che nella pluralità di posizioni, per lo più legittime, cerca la bussola morale.

I temi di quest’anno hanno confermato la forte impronta legata alla memoria storica, al racconto delle aree di crisi e alla capacità del nuovo cinema africano di sperimentare con i generi, muovendosi con fluidità tra il documentario e la finzione.

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