L’Africa paga il costo dei nostri pregiudizi. Ed è salatissimo

di Tommaso Meo

di Marco Trovato – Direttore editoriale della rivista Africa

L’Africa paga un prezzo altissimo per gli stereotipi negativi. Secondo il rapporto The Cost of Media Stereotypes to Africa (2024) di Africa No Filter e Africa Practice, il continente perde fino a 4,2 miliardi di dollari all’anno. È il cosiddetto prejudice premium: il sovrapprezzo del pregiudizio, il costo economico generato da narrazioni distorte. Investitori e mercati percepiscono l’Africa come più rischiosa di quanto sia davvero, influenzati da immagini ricorrenti – guerre, povertà, instabilità – che oscurano dati su crescita, innovazione e solidità finanziaria. Il risultato sono tassi d’interesse più alti sui mercati globali. Gli attuali sistemi di rating, ampiamente criticati e gestiti dalle agenzie internazionali, sono spesso influenzati da percezioni poco fondate (in risposta, l’Unione Africana si prepara a lanciare una propria agenzia, in grado di offrire valutazioni più aderenti alla realtà). Di conseguenza, gli Stati africani spendono miliardi in più ogni anno per il servizio del debito rispetto a Paesi con caratteristiche economiche simili ma con un’immagine pubblica più equilibrata e più rispondente alla realtà dei fatti.

Non si tratta, ovviamente, di nascondere o minimizzare i problemi che attanagliano il continente, ma di evitare un racconto sempre nero, totalizzante, che finisce per oscurare il resto, ovvero le tante cose positive che accadono. I numeri parlano chiaro: più negatività mediatica può aumentare fino al 10% il costo del capitale; un miglioramento della percezione del 10% può ridurre dell’1% i tassi. Tradotto: miliardi che evaporano. Risorse che potrebbero finanziare l’istruzione di 12 milioni di bambini, garantire 73 milioni di vaccinazioni o portare acqua potabile a due terzi della popolazione nigeriana.

La domanda diventa inevitabile: se i nostri stereotipi costano vite umane, cosa possiamo fare per cambiare le cose? Un ruolo decisivo lo giocano i media – e quindi noi giornalisti – che spesso raccontano l’Africa solo attraverso crisi e conflitti, imponendo una visione parziale come dominante. Ne nasce un immaginario semplificato, che alimenta distanza, diffidenza e produce effetti economici concreti. Il punto non è edulcorare la realtà, ma riequilibrarla, uscire da una narrazione monocorde, talvolta frutto di ignoranza, talvolta di scelte comunicative consapevoli.

È il caso anche di certa comunicazione umanitaria, che punta a colpire allo stomaco: bambini dagli sguardi spenti, corpi segnati, villaggi ridotti a scenografie della disperazione. Il dolore diventa linguaggio, anzi prodotto. Troppe organizzazioni gareggiano nel suscitare commozione, ricorrendo a quella che viene definita “pornografia del dolore”: una narrazione che seleziona e amplifica la sofferenza per provocare reazioni immediate – donare, condividere, sentirsi coinvolti. Il problema non è mostrare il bisogno, ma ridurre interi popoli a icone di miseria, trasformare l’Africa in un fondale senza storia né dignità. Questa rappresentazione non è neutra: costruisce un mondo diviso tra chi soffre e chi salva. Una narrazione rassicurante per chi dona, ma profondamente distorta. Cancella la complessità, oscura le responsabilità globali e, soprattutto, nega protagonismo agli africani, sempre relegati al ruolo di vittime. Non più individui, ma strumenti narrativi.

Eppure la realtà è diversa: comunità che resistono, società civili che innovano, attivisti che lottano e professionisti che costruiscono soluzioni. Raccontarla richiede rigore e meno scorciatoie emotive e forse genera meno donazioni immediate, ma è una comunicazione più onesta. La domanda resta scomoda: fino a che punto è lecito usare il dolore per una causa giusta? E quale prezzo paghiamo quando ci abituiamo a consumare la sofferenza altrui come leva emotiva? Forse è tempo di cambiare sguardo. Non smettere di aiutare, ma farlo senza umiliare. Non rinunciare alla solidarietà, ma pretendere una narrazione che riconosca dignità e complessità. Raccontare male l’Africa non è solo un errore: è un costo. E quel costo si misura in vite umane.

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