di Andrea Spinelli Barrile
Le piogge torrenziali hanno già causato oltre 110 vittime e migliaia di sfollati, mettendo a nudo la fragilità delle infrastrutture urbane. Gli esperti avvertono: non è un evento isolato, ma il segnale di un’instabilità climatica che richiede gestione preventiva e investimenti globali urgenti
Il servizio meteorologico del Kenya sembra un disco rotto che ogni sera ripete, ormai da più di un mese, la stessa drammatica litania: pioggia intensa, maltempo, temporali, acquazzoni. E alluvioni. Con un bilancio che ha superato le 110 vittime e non smette di aumentare.
In totale, sono più di 30 le contee colpite da inondazioni e altri fenomeni legati alle precipitazioni, con gravi danni alle infrastrutture enormi disagi per la popolazione. Le piogge torrenziali, che in molte aree del Paese non si interrompono da settimane, hanno reso impraticabili molte strade e danneggiato diversi ponti, complicando le operazioni di soccorso e limitando l’accesso alle comunità colpite. Tra quelle recentemente aggiunte all’elenco delle zone disastrate ci sono le contee di Kilifi, Bungoma, Nyeri, Kirinyaga, Nyandarua, Kiambu, Uasin Gishu e Mandera.
Oltre alla perdita di vite umane, migliaia di famiglie hanno dovuto abbandonare le proprie case a causa dell’innalzamento delle acque, delle frane e di altri fenomeni di diffusa distruzione. Le prospettive non sembrano incoraggianti, con lee autorità che negli scorsi giorni hanno parlato ancora di piogge persistenti.
Questa crisi si verifica mentre l’Africa orientale, Kenya incluso, affronta alternativamente periodi di siccità e di piogge intense: un fenomeno che, secondo gli esperti, sta diventando sempre più frequente: «È ragionevole affermare che il cambiamento climatico sta predisponendo il Kenya e l’Africa orientale a precipitazioni più intense e, di conseguenza, a un maggiore rischio di inondazioni improvvise» scrive Dewald van Niekerk, direttore del Centro africano per gli studi sui disastri presso la North-West University (Nwu) sul blog dell’Università. «Il segnale non è semplicemente più pioggia o meno pioggia, ma maggiore instabilità, eventi estremi più frequenti e precipitazioni che si presentano in improvvisi e dannosi picchi. L’esito disastroso è il risultato congiunto delle pressioni climatiche, delle scelte di sviluppo e delle lacune nella governance», ha spiegato, sottolineando che la rapida crescita urbana, l’insediamento in aree soggette a inondazioni e le infrastrutture inadeguate spesso trasformano le forti piogge in una crisi umanitaria.
In generale, con le forti piogge stagionali che dovrebbero continuare in alcune zone dell’Africa orientale, gli esperti avvertono che, senza misure più incisive di adattamento ai cambiamenti climatici e di preparazione alle catastrofi, è probabile che emergenze simili si verifichino con maggiore frequenza, quindi intensità e quindi con effetti sempre più catastrofici, esercitando una pressione crescente sui governi e sulle agenzie umanitarie. «La lezione principale è che le inondazioni stagionali non dovrebbero essere trattate come un disastro eccezionale, quando in realtà rappresentano un rischio ricorrente», spiega van Niekerk: «I governi hanno bisogno di una gestione preventiva del rischio che includa una migliore pianificazione dell’uso del territorio, sistemi di drenaggio più efficienti, reti di allerta precoce e piani di ricollocazione per le comunità che vivono in aree ad alto rischio».
In tal senso, il sostegno internazionale all’adattamento ai Paesi in via di sviluppo non dovrebbe essere considerato beneficenza, «bensì parte degli impegni globali previsti dagli accordi sul clima», che prevedono proprio il finanziamento di sistemi di allerta precoce, infrastrutture resilienti e meccanismi di risposta alle emergenze.



