Camerun, i rapimenti nel clero riaccendono i riflettori sulla sicurezza nelle regioni anglofone

di claudia

di Enrico Casale

In Camerun, il rapimento del sacerdote John Berinyuy Tatah ha nuovamente evidenziato la precarietà della sicurezza nelle regioni anglofone del Nord-Ovest e del Sud-Ovest (Noso), teatro di una ribellione secessionista. Padre Tatah è stato sequestrato il 15 novembre, insieme al suo vicario, mentre rientrava a Babessi, nel Nord-Ovest dopo una celebrazione. I rapitori, identificatisi come “ambazoniani” (guerriglieri indipendentisti), hanno confermato la richiesta di riscatto, nonostante cinque sacerdoti e un laico, prelevati nella stessa circostanza, siano già stati rilasciati.

La Chiesa cattolica ha ribadito il rifiuto di pagare qualsiasi somma, definendo la richiesta inaccettabile. L’arcivescovo di Bamenda (capoluogo del Nord-Ovest), monsignor Andrew Nkea, ha disposto che, qualora padre Tatah non venisse liberato entro oggi, si proceda alla chiusura di tutte le parrocchie, scuole e istituzioni cattoliche dell’area di Ndop, con la conseguente evacuazione del clero. Inoltre, se la detenzione dovesse protrarsi fino al 28 febbraio 2026, il prelato ha annunciato una mobilitazione con preghiera permanente fino al rilascio del religioso.

La vicenda di padre Tatah si inserisce nel più ampio contesto di crisi delle province del Nord-Ovest e Sud-Ovest, dove le comunità anglofone sono in conflitto con il governo centrale. Le richieste spaziano da una maggiore autonomia e tutela dei diritti culturali e politici fino alla secessione per la creazione dell’“Ambazonia”, un’entità non riconosciuta internazionalmente.

Le tensioni sono esplose alla fine del 2016: quello che era un malessere sociale, legato alle disuguaglianze e alla marginalizzazione, si è trasformato in ribellione armata. Yaoundé ha risposto con dure misure repressive, mentre i separatisti hanno formato milizie che colpiscono forze governative, civili e istituzioni locali. La crisi ha causato  6.000 morti, e oltre 638.000 sfollati, secondo il rapporto mondiale 2024, sezione Camerun, di Human Rights Watch. 

Parallelamente, il presidente Paul Biya, in carica dal 1982 e oggi ultranovantenne, rimane saldamente alla guida del Paese. La sua lunghissima permanenza al potere e il suo stile autoritario – segnato da arresti arbitrari, repressione del dissenso e violazioni dei diritti umani – alimentano la frustrazione di molti camerunesi, vescovi inclusi.

All’interno del movimento separatista emergono tuttavia numerose fratture: vi operano più di 50 gruppi combattenti, spesso piccoli ma ben equipaggiati, privi di una leadership unitaria. Tale frammentazione minaccia sia la coerenza del progetto indipendentista, sia la sicurezza della popolazione.

La situazione è aggravata da una profonda crisi umanitaria: migliaia di scuole sono chiuse o malfunzionanti, i civili sono vittime di violenze e la popolazione vive quotidianamente tra paura e incertezza. Diverse personalità camerunesi, tra cui i vertici della Chiesa cattolica, hanno richiamato la necessità di un dialogo serio e inclusivo per salvaguardare l’unità nazionale e garantire pace e sviluppo

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