Gli Stati Uniti hanno esortato i propri connazionali a lasciare “immediatamente” il Mali, dopo aver emesso ieri un’allerta di viaggio massima al livello 4: “Non viaggiare”. L’ambasciata americana a Bamako ha citato il “conflitto armato in corso” alle porte della capitale e le “persistenti interruzioni” delle forniture di carburante che hanno già portato alla chiusura nazionale di scuole e università.
La capitale è, di fatto, sotto assedio. La strategia del blocco dei carburanti, attuata da settimane dal gruppo jihadista Jnim (affiliato ad al-Qaeda) attraverso attacchi sistematici alle autocisterne, sta strangolando l’economia del Paese e mettendo in ginocchio la giunta militare. La penuria di benzina e diesel ha paralizzato i trasporti e ridotto la fornitura elettrica a poche ore al giorno. La situazione è così grave che il ministero dei Trasporti ha lanciato un’”operazione di solidarietà” con bus a tariffe ridotte per garantire una mobilità minima a Bamako.
Mentre la pressione jihadista aumenta, con i miliziani che arrivano a imporre regole come il velo integrale sui trasporti civili, il colonnello Assimi Goïta, capo della giunta, tenta di correre ai ripari. La scorsa settimana ha rimosso i vertici militari, nominando il generale Toumani Koné nuovo Capo di Stato Maggiore dell’Esercito. Ma la mossa più significativa è arrivata all’inizio di questa settimana, con l’annuncio di un accordo strategico con la Russia. Mosca si è infatti impegnata a fornire al Mali tra le 160.000 e le 200.000 tonnellate di prodotti petroliferi al mese. Un accordo vitale per la giunta, che cerca in un partner esterno la soluzione per rompere l’isolamento economico imposto dai jihadisti via terra.



