Wahid e Sirin, dialogo tra padre e figlia

di Stefania Ragusa
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Wahid Ghribi, vive in Italia da 30 anni dopo essere fuggito dalla Tunisia in cui Ben Alì aveva preso il potere. Sirin di anni ne ha 21, è nata in Emilia,  sta per laurearsi ed è sua figlia. A un incontro pubblico a Imola  hanno accettato di confrontarsi sulle rispettive esperienze e hanno parlato della vita in Italia, di cosa voglia dire sentirsi a casa e della quotidianità al tempo del razzismo. Corriere delle Migrazioni era lì, pronto a far tesoro delle loro parole.
W: «Quando sono arrivato, in Sicilia, mi sono sentito subito accolto. Ero con degli amici e cercavamo lavoro non parlando una parola di italiano. Il primo datore di lavoro con cui ho lavorato mi chiamava Filippo, perché non riusciva a pronunciare il mio nome. Fra i primi incontri quello con una signora che aveva una tabaccheria e che spesso ci regalava un pacchetto di sigarette. Quando ho imparato un po’ a parlare le ho chiesto perché fosse così gentile con noi. Mi ha risposto dicendo che gli facevo venire in mente suo figlio, che era andato a lavorare all’estero…a Milano».
S: «I miei ricordi non sono così belli. A scuola sin da piccola mi sentivo discriminata. C’era chi mi insultava e chi mi derideva. Ricordo che protestavo con i miei genitori chiedendo loro perché mi avevano fatta tunisina. Non amavo molto studiare e sono i miei che mi hanno spinto e hanno fatto bene. Ma non ho un lavoro. Se telefono per rispondere ad un’offerta si mostrano interessati ma non appena dico il mio nome e cognome, improvvisamente scopro che hanno già trovato un’altra persona al mio posto. Questo trattamento mi ha anche rafforzata ma credo di averlo pagato caro. Oggi i miei amici sono per lo più italiani ma non mi sento a casa mia né qui né in Tunisia, dove mi guardano come una “italiana”. Ovviamente ho ottenuto anche la cittadinanza e parlo 5 lingue ma non vedo futuro».

W: «Ho trovato presto lavoro in fabbrica e mi sono immediatamente iscritto al sindacato, alla Fiom. In Tunisia facevo già politica e qui ho continuato. Alle ultime elezioni mi sono anche candidato nel mio paese e per pochi voti non sono diventato deputato. Ma ormai la mia vita l’ho costruita qui. Mi piace difendere i lavoratori, tutti e spesso mi vengono a chiedere consigli: anche quelli italiani. Sono orgoglioso di essere sia italiano che tunisino. Penso che questa sia una ricchezza. Ho provato a chiedere la cittadinanza e ho tutti i requisiti per averla. Ma ancora niente. Forse perché vengo da un paese musulmano, forse per le mie idee politiche, non lo so. Mia figlia l’ha chiesta a 18 anni e l’ha ottenuta. Mio figlio che ne ha 11, ed è nato qui, è ancora straniero».
S: «La cittadinanza è necessaria ma non basta. Ti garantisce dei diritti. Per ora nessuno ti può cacciare ma se hai un colore della pelle più scuro, un nome e un cognome che suonano “stranieri”, sei sempre considerata diversa. Ripeto, ho quasi soltanto amici italiani, persone fantastiche, ma basta girare per strada, cambiare città, chiedere di essere trattata come gli altri, che ci si sente limitati ed esclusi. È difficile da spiegare, ma in questo paese, soprattutto negli ultimi anni, è aumentato l’odio ed è cresciuta l’ignoranza. Te ne accorgi dalle piccole cose e anche a guardare la politica si sta male. Tempo fa ho postato su fb un video in cui ponevo domande all’attuale ministro dell’Interno. Ovviamente non mi ha risposto, ma in compenso mi sono arrivati tanti insulti anche miseri. Con mio padre e mia madre ne abbiamo riso. Sono più forte e qualche anno fa ne avrei sofferto. Oggi no. Mi spiace per loro e per la loro ristrettezza mentale».

W: «Intendo candidarmi anche alle prossime elezioni. In Tunisia c’è una “democrazia” ma in realtà a governare sono il malcontento e la corruzione. I giovani non hanno futuro, pagano gli effetti della crisi e tentano di protestare, con manifestazioni che spesso vengono represse duramente, o scappano cercando qui quello che non trovano a casa. Io vorrei che smettessero di dover partire mi sto dando da fare per aiutare i miei compaesani. Sia chi è qui che chi è rimasto giù. Secondo me bisogna ripartire dalle scuole per i bambini. Ci sono villaggi in cui la scuola più vicina è a 6 km di distanza e i bambini debbono andarci a piedi. Scuole da ristrutturare in cui manca materiale didattico e che comunque sono insufficienti. Ci vorrebbero più scuole e meno moschee, così si potrebbe costruire una società per il futuro avendo adulti consapevoli e liberi».
S: «Io non so ancora cosa fare. Studiare ancora? Non so perché sono più portata per le attività pratiche. Andarmene? Si credo sia l’unica cosa giusta. Ma dove? Non certo in Tunisia. So che debbo trovare una mia strada e non è facile. So che ho davanti ancora tanti ostacoli. Ma ho anche scoperto di valere, di non dovermi sentire inferiore e di non voler accettare ogni tipo di mestiere perché non si trova altro. Per ora mi arrangio con i lavori che mi capitano, precari e malpagati ma voglio e avrò un futuro diverso. I mei credono molto in me, mi dicono di restare per cambiare le cose anche qui, ma non so ancora come farlo né se è quello che voglio veramente».

Stefano Galieni

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