La Tunisia ha celebrato ieri il 15° anniversario della rivoluzione dei Gelsomini, ma la ricorrenza è stata segnata da forti tensioni sociali, proteste e riflessioni critiche sul futuro politico e sociale del Paese. Quel movimento popolare nato nel 2010 dal suicidio di Mohamed Bouazizi a Sidi Bouzid, che diede il via alla Primavera Araba e portò alla caduta del presidente Zine el‑Abidine Ben Ali, è oggi al centro di un bilancio amaro per molti tunisini. L’ex presidente Moncef Marzouki ha definito la rivoluzione “completamente fallita”, sottolineando che le speranze di dignità, lavoro e libertà sono state progressivamente deluse da un peggioramento delle condizioni politiche ed economiche e da una crescente concentrazione di potere nell’esecutivo.
La situazione interna è caratterizzata da forti proteste sociali. Città simbolo delle manifestazioni è Gabès. La cittadina costiera, un tempo considerata un’oasi produttiva, si confronta con decenni di sversamenti di sostanze tossiche e degrado ecologico, che hanno mobilitato cittadini, sindacati e associazioni per rivendicare non solo migliori condizioni di vita ma anche trasparenza e responsabilità istituzionale. Nelle scorse settimane, migliaia di cittadini hanno marciato contro l’inquinamento causato dal complesso chimico statale di trasformazione dei fosfati, accusato di emissioni tossiche che avrebbero aumentato casi di malattie respiratorie e tumori, e hanno chiesto la chiusura definitiva delle unità più inquinanti. Ieri sono tornate le proteste con circa 2.500 persone scese in strada urlando lo slogan “Gabès vuole vivere”. Questa protesta è considerata una delle sfide più rilevanti all’autorità del presidente Kais Saied dal momento in cui ha concentrato poteri esecutivi e legislativi nelle sue mani, soprattutto dopo aver sospeso il parlamento nel 2021.
Oltre alle questioni ambientali, la scena politica e sociale appare sempre più polarizzata. Economicamente, la Tunisia deve fare i conti con fragilità strutturali, tra cui alta disoccupazione, squilibri regionali e debole ripresa economica, che continuano ad alimentare malcontento sociale e incrementare la percezione di un divario tra promesse rivoluzionarie e realtà quotidiana dei cittadini tunisini. Ieri, gruppi dell’opposizione hanno unito le forze nella capitale contro quella che definiscono “una regola di un solo uomo”, mentre figure di spicco dell’opposizione, tra cui Abir Moussi, sono state condannate a lunghi anni di carcere in processi giudicati dai critici come strumentalizzati per reprimere il dissenso. Nonostante ciò, anche alcuni sostenitori di Saied sono scesi in piazza a sostegno delle scelte dell’attuale leadership.
La mobilitazione popolare di oppositori, ambientalisti e giovani rimane però un indicatore chiaro di un Paese in tensione, dove il lascito della rivoluzione continua a essere oggetto di dibattito, critica e lotta per i diritti fondamentali. Analisti internazionali notano che la Tunisia, che per un decennio dopo la rivoluzione aveva mantenuto una reputazione relativamente positiva tra i Paesi arabi in termini di pluralismo e diritti civili, oggi appare in una fase di ritorno verso forme di autoritarismo con un esecutivo che esercita un controllo forte sugli altri poteri dello Stato e sulla società civile.



