di Fabrizio Floris
Mentre il governo impone tariffe standardizzate e algoritmi digitali per il passaggio alle scuole superiori, un mercato parallelo di tangenti e favoritismi svuota di senso la riforma. Tra costi insostenibili e “posti rubati”, per le famiglie meno abbienti il diritto allo studio diventa un privilegio per chi può pagare due volte
In Kenya, oltre agli alti costi dell’iscrizione per i collegi pubblici nel nuovo ciclo delle «senior schools» – circa 53.000 scellini (poco meno di 400 euro) – e alla spesa inevitabile per divise e libri, c’è un altro prezzo, più opaco: la compravendita dei posti. Per la disperazione dei genitori.
«Il governo assegna a tuo figlio il posto in una determinata scuola, ma un vicino benestante va nella stessa scuola, paga qualcuno e prende il posto assegnato a tuo figlio», racconta Emmanuel. «E tu non puoi dire nulla». Il paradosso è che, sulla carta, questo recente sistema dovrebbe limitare il vecchio caos attraverso un algoritmo, criteri dichiarati e una piattaforma centralizzata per tracciare le ammissioni.
Il mercato parallelo delle ammissioni
Con l’avvio del passaggio al nuovo impianto della Cbc (Competency-Based Curriculum) oltre 1,1 milioni di studenti, i primi ad aver concluso la nuova scuola media prevista dalla riforma, hanno sostenuto l’esame nazionale di fine ciclo (Kjsea) e da gennaio sarebbero dovuti entrare nella scuola superiore (Grade 10), un passaggio decisivo per il loro futuro. Le autorità hanno insistito sulla «neutralità» del processo: la collocazione viene descritta come automatizzata, basata su preferenze espresse dalle famiglie, risultati scolastici, test attitudinali e criteri di equità; l’esito si controlla persino via Sms.
Eppure, proprio quando il meccanismo entra nella sua fase di aggiustamento – le finestre di revisione o di ricorso – il sistema mostra il suo punto debole: l’intermediazione umana. A inizio 2026, il ministero dell’Istruzione ha riaperto una seconda finestra di revisione dal 6 al 9 gennaio. È lì, in quel corridoio temporale, che genitori e studenti raccontano di essersi trovati davanti a un mercato parallelo: commitment fees spacciate per cauzioni, pagamenti «per accelerare» la pratica e denaro chiesto «prima della lettera di ammissione».
Il quotidiano The Standard ha riportato accuse di mazzette fino a 150.000 scellini (circa mille euro) per assicurarsi uno slot in scuole ambite. La logica è sempre la stessa: chi ha disponibilità economica prova a «comprare» un posto migliore, mentre chi non ce l’ha resta prigioniero dell’assegnazione iniziale o viene spinto verso soluzioni private più costose.
Lo shock delle rette
Nel frattempo il governo, nel tentativo di ridurre il caos delle rette, ha fissato un riferimento nazionale: le nuove linee guida prevedono che i genitori degli studenti nelle Public boarding senior secondary schools paghino una quota annuale intorno ai 53.000 scellini, mentre lo Stato finanzia il resto. Sulla carta è un’operazione di equità che punta a eliminare le differenze arbitrarie tra istituti; nella pratica, per moltissime famiglie è uno shock, perché «uniformare» significa anche alzare l’asticella per chi finora pagava meno nelle scuole periferiche.
Una questione di fiducia
Il punto non è solo economico: è una questione di fiducia. Se un posto può essere di fatto «spostato» con una mancia, allora l’algoritmo non è più garanzia di giustizia, ma solo una facciata. Non a caso, a fine gennaio il ministero ha dovuto reagire pubblicamente lanciando una piattaforma ufficiale per raccogliere segnalazioni di corruzione o irregolarità nelle assegnazioni del Grade 10. Il governo ha promesso riservatezza, consentendo anche l’anonimato, con una scadenza fissata al 2 febbraio.
Dentro questo braccio di ferro tra sistema centralizzato e contrattazione informale restano i genitori come Emmanuel: quelli che non hanno «margine» per pagare due volte o per inseguire presidi e uffici. E che, soprattutto, sanno che protestare apertamente può significare esporsi: perché la corruzione minuta, quando si annida nell’accesso all’istruzione, non è mai solo un reato, è anche un rapporto di potere.


