Il presidente degli Stati Uniti minaccia un intervento militare in Nigeria, accusando il governo di Abuja di chiudere gli occhi sulla violenza jihadista contro i cristiani. Ma la maggior parte delle vittime di Boko Haram sono musulmani. Dietro la retorica religiosa si cela una crisi ben più profonda, fatta di povertà, degrado ambientale e conflitti etnici
Donald Trump torna a parlare il linguaggio della forza. In un post pubblicato su Truth Social, il presidente degli Stati Uniti ha minacciato un intervento militare “a tutto spiano” in Nigeria se il governo di Abuja non fermerà “le uccisioni di cristiani”. Parole che evocano la retorica bellicista dei suoi primi anni alla Casa Bianca e che hanno immediatamente provocato una raffica di reazioni internazionali.
“Il cristianesimo sta affrontando una minaccia esistenziale in Nigeria. Migliaia di cristiani vengono uccisi. Se il governo continuerà a permettere questi massacri, gli Stati Uniti potrebbero entrare in quel Paese, sparando a raffica, per eliminare completamente i terroristi islamici”, ha scritto Trump, ordinando al Pentagono — da lui ribattezzato “Dipartimento della Guerra” — di prepararsi “a un’azione rapida e violenta”. Un messaggio esplosivo, che riporta l’Africa al centro della retorica geopolitica americana e che rischia di compromettere i fragili equilibri di un Paese cruciale per la sicurezza regionale.

Un Paese in bilico
La Nigeria è il gigante dell’Africa occidentale: oltre 240 milioni di abitanti, la più grande economia del continente, primo produttore di petrolio, ma anche una nazione divisa e vulnerabile. I cristiani predominano al sud, i musulmani al nord, ma le linee di separazione sono fluide e spesso manipolate. Da oltre un decennio il Paese è lacerato da più conflitti: la ribellione jihadista di Boko Haram e dell’Iswap nel nord-est, le incursioni dei “banditi” nel nord-ovest, gli scontri tra pastori e agricoltori nella cosiddetta Middle Belt (letteralmente “cintura centrale”) una vasta regione della Nigeria centrale che fa da zona di transizione tra il Nord a maggioranza musulmana e il Sud a prevalenza cristiana.
Dietro lo schema dello “scontro religioso” si nasconde un intreccio più profondo di povertà, disoccupazione, degrado ambientale e lotta per le risorse. Le stime più attendibili parlano di oltre 50.000 civili uccisi tra il 2020 e il 2025, molti dei quali musulmani. Gli attacchi contro comunità cristiane — circa 400 nello stesso periodo — rappresentano solo una parte di una violenza diffusa che colpisce indiscriminatamente.

Reazioni e timori
Mentre non si registrano al momento reazioni ufficiali da parte del governo nigeriano, fonti diplomatiche contattate dalla nostra redazione hanno espresso “sconcerto” per “dichiarazioni che appaiono sconsiderate e prive di fondamento”. Le parole di Trump hanno spaccato anche il fronte politico americano. Gruppi evangelici e organizzazioni come International Christian Concern hanno applaudito il presidente per “aver finalmente rotto il silenzio” su una tragedia ignorata dai media occidentali. Ma la maggior parte degli osservatori teme che l’uscita del leader repubblicano possa innescare nuove tensioni in una regione già fragile. “Ridurre la crisi nigeriana a un conflitto religioso è una semplificazione pericolosa”, avverte un analista del Brookings Institution. “Le vittime sono musulmani e cristiani in proporzioni simili. È una guerra per la sopravvivenza, non per la fede.” L’emittente Al Jazeera ha definito “irresponsabile” la minaccia del presidente, ricordando che “i jihadisti in Nigeria hanno ucciso più musulmani che cristiani”.

Un copione già visto
Non è la prima volta che Donald Trump utilizza la difesa dei cristiani come arma politica.
Nel 2018 aveva denunciato un presunto “genocidio” ai danni degli afrikaner, la minoranza bianca del Sudafrica, citando fonti ritenute inattendibili. Lo scorso maggio, durante la visita a Washington del presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, ha rilanciato quelle accuse mostrando video poi rivelatisi falsi. Dietro l’ultimo affondo contro Abuja si intravedono obiettivi già noti: riaffermare la leadership americana, consolidare la base elettorale interna e parlare all’elettorato evangelico che lo considera un difensore della fede. La minaccia di un’azione militare appare, per ora, più come un gesto propagandistico che come un piano operativo. La Nigeria resta un alleato fondamentale di Washington nella lotta al terrorismo e un partner economico di primo piano. Un conflitto — anche solo evocato — non gioverebbe a nessuna delle due parti. Ma il messaggio politico è chiaro: la religione, ancora una volta, diventa strumento di potere e di mobilitazione, un’arma retorica che sposta il confronto elettorale interno su un terreno globale. Nel frattempo, in Nigeria, la violenza continua. E le vittime — cristiani, musulmani o non credenti — restano intrappolate in un conflitto che l’uomo più potente del mondo continua a leggere e descrivere con categorie troppo semplici – e troppo pericolose – per una tragedia tanto delicata e complessa.


