Gli Stati Uniti hanno intensificato in modo marcato i raid aerei in Somalia durante il secondo mandato del presidente Donald Trump, mentre a Washington cresce la pressione sui cittadini somali residenti negli Usa. È quanto emerge da un’analisi di Semafor, che ricostruisce l’evoluzione della campagna militare americana e le sue contraddizioni politiche.
Secondo i dati del centro di ricerca New America, citati dal giornale online statunitense Semafor, a un anno dall’avvio del secondo mandato Trump sono già stati condotti 144 attacchi aerei in Somalia, oltre la metà del totale registrato durante l’intero primo mandato, che aveva già segnato un record. I raid mirano principalmente ai gruppi jihadisti al-Shabaab e Stato islamico-Somalia, considerati una minaccia persistente alla stabilità del Paese.
L’analisi segnala come il Pentagono continui a classificare ampie aree della Somalia come “zone di ostilità attiva”, giustificando così l’attuale intensità delle operazioni. Questa valutazione contrasta con la decisione del Dipartimento per la sicurezza interna di revocare lo status di protezione temporanea ai cittadini somali negli Stati Uniti, motivata dal presunto miglioramento delle condizioni nel Paese, come dichiarato dalle autorità americane.
Sul terreno, osserva Semafor, la situazione resta instabile. Al-Shabaab ha respinto recenti offensive dell’esercito somalo e riconquistato territori liberati durante le campagne governative del 2022-2023. La strategia statunitense privilegia l’uso della potenza aerea per evitare un coinvolgimento diretto prolungato, in linea con l’obiettivo dichiarato di ridurre la presenza militare sul campo.
L’analisi ricorda inoltre che già nel 2017, durante il primo mandato Trump, le regole d’ingaggio erano state allentate, facilitando l’autorizzazione dei raid. Oggi, la sospensione da parte di US Africa Command della pubblicazione delle stime sulle vittime civili rende più difficile valutare l’impatto reale della campagna. Nel caso della Somalia, conclude Semafor, la promessa di porre fine alle “guerre senza fine” si traduce in un conflitto sempre più affidato ai raid aerei e sempre meno trasparente.
Per i cittadini somali residenti negli Stati Uniti lo status di protezione temporanea (Tps) scadrà il 17 marzo di quest’anno. Questo status permette di vivere e lavorare legalmente nel Paese senza rischio di deportazione e interessa circa 2.500 beneficiari o richiedenti pendenti, che dovranno lasciare gli Stati Uniti a meno di ottenere un altro status legale. La misura si accompagna a un’intensificazione dei controlli di Immigration and Customs Enforcement (Ice) nelle comunità somale più numerose, come quella del Minnesota, aumentando la vulnerabilità di una popolazione già esposta a incertezze legali e sociali.


