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Edizione del 24/08/2026

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Rivista Africa
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africa

    QUADERNI AFRICANI

    Il “Grande Gioco” africano: l’Italia cerca spazio tra i giganti

    di claudia 29 Novembre 2025
    Scritto da claudia

    di Alessandro Galbarini – Centro Studi Amistades

    Mentre Pechino costruisce ferrovie e Mosca offre sicurezza militare, Roma gioca la carta della diplomazia energetica. Nel “nuovo Scramble for Africa”, il Piano Mattei tenta di offrire una “terza via” tra le superpotenze, puntando tutto sulla geografia e sul pragmatismo. Ma in un continente che non accetta più lezioni, basterà l’approccio italiano per competere?

    Se ci si siede oggi nella hall di un grande albergo internazionale ad Addis Abeba, o si osservano i movimenti nei corridoi ministeriali di Dakar, si ha la percezione fisica di un continente corteggiato come mai prima d’ora. Non è raro incrociare delegazioni cinesi con i contratti per le infrastrutture in mano, inviati turchi che propongono droni e accordi commerciali, e funzionari russi che offrono “pacchetti di sicurezza” in cambio di risorse. È in questo scenario affollato, competitivo e talvolta brutale – spesso definito dagli analisti il “nuovo Scramble for Africa” – che l’Italia sta cercando di farsi largo con il suo Piano Mattei.

    Per comprendere davvero la portata della scommessa italiana, bisogna osservare anche la mappa geopolitica globale. La domanda chiave è semplice: come può l’Italia, con risorse finanziarie limitate rispetto ai colossi globali, sperare di competere?

    La risposta di Roma risiede nel tentativo di offrire una “terza via”. La strategia italiana non può contare sulla potenza di fuoco finanziaria della Cina, che con la Belt and Road Initiative ha investito miliardi in strade e porti (spesso lasciando però in eredità la pesante “trappola del debito”), né sull’approccio muscolare della Russia, che attraverso i contractor dell’Africa Corps (ex Wagner) presidia il Sahel puntando sulla tenuta militare dei regimi. L’Italia ha dovuto scegliere una strada più sottile: quella del ponte diplomatico ed energetico nel Mediterraneo allargato.

    Il cuore strategico del piano è, innanzitutto, geografico. L’Italia scommette tutto sulla sua posizione naturale per proporsi come l’Hub Energetico d’Europa. Con la guerra in Ucraina che ha fortemente (se non totalmente) impedito il rifornimento di gas e petrolio ad Est, l’asse di approvvigionamento del vecchio continente ha ruotato bruscamente verso Sud. L’Italia si propone ai partner storici (come Algeria, Egitto, Libia) e a quelli nuovi (come il Mozambico) non più come un semplice cliente, ma come la “porta d’ingresso” privilegiata per il mercato unico europeo. È una diplomazia fatta sìi di tubi e gasdotti, ma anche di una narrazione politica precisa, approccio ribadito anche da Giorgia Meloni stessa: “Vogliamo inaugurare una nuova pagina fatta non di approcci predatori o caritatevoli, ma di una cooperazione da pari a pari“.

    L’obiettivo è vendere un modello di partenariato non predatorio, contrapponendolo implicitamente all’interventismo francese, oggi in profonda crisi di popolarità in gran parte dell’Africa francofona.

    Tuttavia, Roma sa bene che da sola non ha “le spalle abbastanza larghe”. È qui che il Piano Mattei cerca una sponda internazionale. L’intuizione di portare il dossier africano al centro della presidenza italiana del G7 non è stata casuale: l’obiettivo era agganciare il piano italiano alla PGII (Partnership for Global Infrastructure and Investment), l’iniziativa infrastrutturale a guida USA e UE. In sostanza, l’Italia mette il know-how, le relazioni storiche e la flessibilità delle sue Piccole e Medie Imprese – eccellenti nell’agroindustria e nella manifattura, dove i cinesi faticano – mentre cerca capitali e supporto politico a Washington e Bruxelles.

    Ma ogni strategia calata dall’Europa deve fare i conti con quello che é chiamato “pragmatismo africano” (o African Agency). I governi locali non sono più spettatori passivi o vittime bisognose di aiuto, ma giocatori attivi che diversificano le alleanze in base al proprio interesse nazionale. È un sentimento diffuso che vede il continente africano l’Africa rifiutare di scegliere un campo esclusivo: si prendono i ponti dai cinesi, il grano dai russi e la tecnologia dagli europei, a seconda di chi offre l’accordo migliore. Il caso del Niger è emblematico di questa fluidità: mentre i militari al potere cacciavano le truppe francesi e americane, avvicinandosi alla sfera russa, l’Italia è riuscita a mantenere un canale di dialogo aperto e una presenza sul terreno, proprio grazie a un approccio percepito come meno invasivo e più attento alle esigenze locali, focalizzato su formazione e sanità piuttosto che solo su lezioni di democrazia.

    La sfida per il Piano Mattei, dunque, non è solo economica, ma di credibilità politica. In un continente stanco di promesse occidentali non mantenute e di piani calati dall’alto, l’Italia deve dimostrare di avere il “fiato lungo”. Se la Cina porta il cemento e la Russia le armi, l’Italia scommette sulla formazione, sulla salute e sulla cooperazione tra pari. La strategia sembra essere valida: essere la potenza media, amichevole e flessibile che dialoga dove gli altri impongono. Ma nel “Grande Gioco”, dove i vuoti vengono riempiti alla velocità della luce, le buone intenzioni non bastano. L’Italia dovrà correre veloce se vuole che il suo “ponte” verso l’Africa sia davvero trafficato in entrambe le direzioni e non resti solo un bel progetto sulla carta geografica.

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    29 Novembre 2025 0 commentI
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