Se il razzismo passa dalla lingua. Intervista a Andrea Moro

di Stefania Ragusa
Tempo di lettura stimato: 5 minuti

Esistono lingue più complesse ed evolute delle altre? Questa convinzione (in realtà più dffusa di quel che si immagina) ha un fondamento scientifico o rappresenta una forma strisciante di razzismo? A queste domande risponde il libro La razza e la lingua (Nave di Teseo, 2019) di Andrea Moro, professore di Linguistica generale alla Scuola Universitaria Superiore Iuss di Pavia, dove studia il rapporto tra la struttura delle grammatiche delle lingue umane e il cervello.
Secondo Moro esiste un razzismo linguistico, le cui giustificazioni vengono scardinate un pezzo alla volta dal suo libro.

Il tema del razzismo è stato abbordato da vari punti di vista: hanno dato il loro contributo la genetica, gli studi culturali, la sociologia e la psicologia. È la prima volta che viene affrontato dalla linguistica in modo così esplicito e non tangenziale. Cosa l’ha spinta a farlo?
«Almeno due ragioni. La prima è che il razzismo basato sulla linguistica è particolarmente subdolo: si pensa che per arginarlo basti non parlare di razza o sostituire un termine con un altro, magari etnia, oppure “smontarlo” facendo ricorso a osservazioni di genetica molecolare, intanto però si lascia sopravvivere l’idea che la comprensione del mondo dipenda dalle lingue e che ce ne siano alcune migliori di altre. Facendo così si introduce, senza accorgersene, un razzismo radicale che trasforma delle differenze reali in un motivo di discrimine profondo. La seconda è che la mistificazione eugenetica della prima metà del Novecento si basava  proprio su osservazioni linguistiche:  lingue nobili, parlate da persone nobili in una società nobile dovevano essere conservate e le altre eliminate. E il termine che si utilizzava per indicare queste lingue era “ariano”: il primo ad averne parlato, attorno alla metà dell’Ottocento, in realtà ha ritrattato alla fine della sua vita. La propaganda nazista, e non solo quella, però, riesumarono la teoria facendone la base dell’ideologia della superiorità della razza».

 L’idea che esistano lingue superiori alle altre, da lei totalmente smontata, può discendere da un eurocentrismo che vede la superiorità del greco e del latino e da lì, a cascata, delle lingue occidentali? Penso che già 30 anni fa un libro come Atena nera aveva messo in crisi questo presunto lignaggio classicista della nostra cultura…
«Certo e, insieme con quel libro, centinaia di ricerche in ambito psicologico e genetico hanno evidenziato i limiti di questo eurocentrismo. Sulla lingua invece si continua a tollerare il razzismo. Non esistono lingue geniali ma semmai commenti geniali a lingue normali. Il greco e il latino hanno ricevuto un’attenzione bimillenaria e studiarle vuol dire avere accesso a riflessioni geniali. Ma le lingue in sé non lo sono. E poi si possono dire scemenze in qualsiasi lingua: anche in greco antico. È il pensiero che conta, non la grammatica con il quale lo si esprime».

Mi sembra molto interessante la parte sul razzismo inconsapevole del relativismo post ’68 che in realtà, fornisce un ancoraggio inscindibile al binomio lingua-cultura. Non c’è un parallelismo tra questo e chi, anche in modo inconsapevole, continua a trattare cittadini italiani con la pelle nera come “africani”, ossia ancorati alla cultura africana, anche se in Africa non ci sono mai stati?
«Questo accade quando le persone non vengono considerate persone ma simboli da sfruttare per scopi ideologici o commerciali. Ma non avviene solo per i tratti somatici: avviene per una costellazione di caratteristiche che vanno dallo stato sociale all’età, dalla patologia alla normalità. Ogni “diverso” deve affrontare il rischio di una manipolazione mediatica che non tiene conto della realtà individuale. Il fatto vero è che siamo tutti diversi e che, se non partiamo da questo punto di vista, continuiamo ad attribuire valore ai pregiudizi e non alla realtà. Allora il colore della pelle conta di più della cultura nella quale si è nati».

“Pensare che la struttura della società rifletta la struttura della lingua è un’ipotesi morta ma pericolosa”, scrive nel libro. Dove potrebbe portarci questo modo di ragionare?
«All’equivalente dell’eugenetica in ambito linguistico, cioè all’eulinguistica: al tentativo di migliorare distruggendo, di educare estirpando le radici naturali. Come se i valori etici di una società dipendessero dalla grammatica della lingua che parlano le persone. Certo, se si pensa che esistano lingue geniali questo è un passo naturale. In un mio romanzo recente (Il segreto di Pietramala) narravo l’incubo di un esperimento di eulinguistica su dei bambini: ho recuperato, nascondendole, tracce di racconti che spaziano da Erodoto al ‘400 inglese, per mostrare come l’idea di agire sulle lingue imponendo addirittura lingue artificiali sia una costante delle culture di tutti i tempi. Anzi, posso dire che uno dei motivi che mi ha spinto a scrivere il saggio sono state proprio le reazioni appassionate dei lettori al romanzo».

 Scrive che l’uguaglianza si difende con la valorizzazione delle differenze e non con la loro minimizzazione, tanto meno con operazioni di maquillage. Allude a termini come “colorato”, “abbronzato”, “scuretto”?
«Sì, certo, ma anche in altri ambiti e anche senza pensare a differenze di gruppo ma individuali: si pensa che un termine sia negativo e lo si sostituisce con un altro. Dunque “spazzino” diventa “operatore ecologico”: siamo sicuri che agli spazzini importi la parola in sé? E che non importi invece avere degli stipendi adeguati e un trattamento sociale pari a quello di qualsiasi altro mestiere? Siamo sicuri che cambiare il dizionario non sia un modo per autoassolversi e non fare più nulla di concreto? Curiosamente rimangono nicchie dove, invece, sembra che la parola connotata negativamente sia accettata se non incoraggiata: riguarda alcuni aspetti fisici o tratti comportamentali per i quali un individuo viene ritenuto colpevole, come l’obesità o l’alcolismo».

Cosa risponde a chi teme che l’italiano possa “imbastardirsi” con l’apporto degli immigrati, tipo trasformarsi in una specie di pidgin?
«Qualsiasi dizionario risponde a questa osservazione così stupida quanto aggressiva: tutte le lingue sono bastarde, nel senso che tutte le lingue sono composte da parole che si importano per il contatto con altre. L’inglese, lingua della scienza, koiné contemporanea, non è certo puro: è una torta fatta di tre fette di egual misura, solo una delle quali è di origine germanica, cioè del ceppo della lingua inglese, le altre due sono il francese e il latino. Ma questo vale per ogni lingua».

A proposito di questioni di genere e linguaggio inclusivo, lei afferma la legittimità di un linguaggio che dia visibilità alle donne, ma allerta anche rispetto a certe intollerabili ridondanze a cui conduce un’applicazione estrema di queste pratiche (tipo flettere al femminile anche aggettivi e participi passati). In Argentina, dove vivo,  c’è chi ha proposto di trasformare  “gruppo femminista” in una “gruppa”, dato che è costituito da donne. Dove sta  il punto di equilibrio?
«Nel modo  in cui vengono trattate le donne: devono essere cancellate con qualsiasi metodo le disparità di trattamento. Se a questo si arriva utilizzando tra le armi la femminilizzazione dei termini va bene anche “gruppa”, ma si deve essere consapevoli che si tratta di un uso politico e polemico delle regolarità di una lingua e non un’esigenza linguistica e che questa scelta ha dei costi sulla comunicazione: nel libro cito la ridondanza di chi dovesse dire “le studentesse e gli studenti sono state e stati convocate e convocati all’assemblea”, ma ci sono tantissimi casi problematici. Anche se ovviamente in moltissimi casi già si accoppia femminile e maschile per rimarcare la doppia presenza: “signore e signori” nello spettacolo, “sorelle e fratelli” nella Chiesa, “compagne e compagni” nelle assemblee di partito della sinistra storica. Ma se l’unica cosa che cambia sono le grammatiche, l’operazione linguistica sarebbe un fallimento totale».

Francesca Capelli

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