Ricordi d’aroma ad Aprilia. L’integrazione passa dal cous cous

di Stefania Ragusa

Fatiha sta armeggiando ai fornelli. Prepara il cous cous e nella grande cucina si spande il profumo. «Il cous cous è il nostro piatto», mi spiega. «E’ il cibo di casa, è famiglia». Quello di agnello, che prepara questa sera, è la versione invernale. Poi c’è quella estiva, con la menta e le verdure fresche, che si trova anche sulle tavole di certe famiglie siciliane, emigrate in nord Africa e poi tornate in Italia nella seconda metà del ‘900. Perché – è bene ricordarlo – dall’Italia, fino a pochi anni fa, in nord Africa (e in particolare in Tunisia) si migrava. Il cous cous è un’arte che si trasmettono le donne, la preparazione è lunga e assomiglia a un rituale.

Fatiha viene dal centro dell’Algeria, un posto in cui le montagne d’inverno si coprono di neve. Cibo, famiglia e nazione si intrecciano un unico sentimento per questa donna sorridente e piena di premure. Vive in Italia dal 2001. Ha raggiunto il marito a Campoleone, frazione di Aprilia, nell’agro romano, dove lui era arrivato a sua volta dieci anni prima. Vivere in campagna, senza conoscere le altre persone e la lingua, non è stato facile. La situazione è cambiata quando ha incontrato Senzaconfine, un’associazione locale che ha come mission quella di intercettare gli stranieri che vivono nella zona e favorire la loro integrazione a partire da azioni essenziali e quotidiane, come può esser quella di preparare da mangiare. Fatiha è stata tra le prime 15 donne ad aderire al progetto Ricordi d’Aroma, che è iniziato con cene etniche aperte alla cittadinanza, è diventato un libro di ricette pubblicato con il contributo della Regione Lazio, ed è approdato all’apertura di una tavola calda take-away in centro ad Aprilia. Qui le donne di Senzaconfine – tutte immigrate e provenienti da continenti diversi –  cucinano e raccontano ai clienti le proprie pietanze tradizionali e qui che, in rappresentanza dell’Africa, ho intervistato Fatiha. Che parla poco di sé, preferisce non farsi fotografare ma si dilunga e si apre se si comincia parlare del cibo. E non ha reticenze a fare immortalare il suo cous cous.

C’è rispetto della tradizione, quando spiega in quali occasioni e attraverso quali regie famigliari ogni ricetta venga preparata. C’è curiosità e voglia di creare relazioni, quando vuol sapere la dose esatta di aceto di mele e zucchero da aggiungere ai peperoni in agrodolce perché il piatto non si rovini. C’è disinvoltura quando precisa che ai suoi figli e alle sue figlie ha insegnato a essere indipendenti sempre: «Sanno cucinare tutti, certo, anche mio marito. Perché quando io sto male devono sapere come si porta avanti la casa».

C’è persino, o almeno pare di sentirla, la consapevolezza di se stessa come parte di un popolo più grande. Mi invita, infatti, a una cena che si sarebbe svolta qualche giorno dopo ad Aprilia, con Ricordi d’Aroma: portate algerine e palestinesi. Un accostamento curioso. «Algerini e palestinesi sono vicini così», spiega con semplicità unendo gli indici, come a intendere una sorta di fratellanza, portandosi poi le mani strette all’altezza del cuore. «Perché sono arabi?», chiedo. Ma in questa donna gentile tutto sembra spiegarsi col cuore, non con la politica. «Da sempre siamo stati amici dei palestinesi. L’Algeria ha mandato a Gaza medici, farmaci. Per noi parlare dei palestinesi è come parlare di persone vicine. Per questo io sono molto contenta di cucinare insieme a loro». 
Fatiha è stata felice di conoscermi, ma i clienti aspettano. Mi saluta regalandomi un dolce alle mandorle, il Makroud Luz, che ha origini antichissime e si offre durante i matrimoni e in generale nelle grandi feste religiose e di famiglia. Una cordialità conclusiva che, ripensando al nostro sud Italia, riconosco senza troppe difficoltà.

(Martina Zanchi)

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